No ad un ghetto della memoria

ebrei resistenzaNon conosco i fatti o i comportamenti che hanno dato luogo e motivo a questa presa di posizione, ma sono d’accordo con Anna Foa e con Anna Rolli che me l’ha inviata: nella memoria della Resistenza gli ebrei hanno il loro posto insieme agli altri italiani.(nandocan)
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****di Anna Foa – Contrariamente all’immagine ancora diffusa dell’ebreo che si fa portare come una pecora al macello, gli ebrei si sono ribellati, quando è stato loro appena possibile, ai nazisti nei ghetti e nei campi, e fin sulla soglia della camera a gas.

Hanno combattuto nel ghetto di Varsavia e hanno combattuto in tutta Europa insieme ai partigiani.

In Italia, gli ebrei erano numerosi nel CLN, a tutti i livelli: nelle bande partigiane, nei gappisti nelle città, ai livelli dirigenti della Resistenza,  basti pensare a Leo Valiani, a Giorgio Diena, a Vittorio Foa, a Emanuele Artom, a Primo Levi, a Eugenio Curiel, a Eugenio Colorni, a Pino Levi Cavaglione, ad Alberto Terracina, ai tanti altri che combatterono contro i nazisti ed i fascisti.

La Brigata Ebraica, integrata nell’armata britannica, ebbe negli ultimi mesi della guerra un ruolo importante nella liberazione dell’Emilia Romagna, con la sua bandiera che viene oggi fischiata e contestata da piccoli gruppi settari ed ignoranti della nostra storia.

Gli ebrei combattevano allora, almeno nel nostro paese, insieme agli altri resistenti, facevano parte di una lotta comune e non lottavano solo per salvare gli ebrei, che pure dei nazifascisti erano le prede più immediate.

Questo vuol dire  che nella memoria della Resistenza gli ebrei hanno il loro posto insieme agli altri italiani.
Che la bandiera della Brigata Ebraica deve sfilare fra quelle delle brigate partigiane, brigate dove erano presenti tanti ebrei italiani.

Non possiamo lasciare  che la prepotenza di pochi e l’ignoranza di troppi separi gli ebrei italiani dagli altri italiani,
che gli ebrei che vogliono prendere il loro posto nel ricordo della Liberazione, che è stata di tutti, siano emarginati, separati, considerati estranei.
Non vogliamo un ghetto nella memoria.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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