Dal blog di Piero Filotico, 1 aprile 2014 – Sono sette anni che gli elettori si sgolano a chiedere di poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento. Altrettanti che i partiti li rassicurano dichiarando che quella è anche la loro volontà, salvo poi dimenticarsene quando hanno la possibilità di cambiare la legge elettorale.
Oggi, grazie all’accordo tra Pd e Forza Italia con la connivenza di NCD, SC, eccetera, possiamo finalmente (si fa per dire) intravedere la struttura del Parlamento che sarà.
Ecco il perché del quasi-criptico titolo di questo post. Si guarda al futuro camminando all’indietro e peggiorando quanto già pessimo era.
Il “Porcellinum” (mi rifiuto di chiamarlo Italicum, per rispetto al nome della nazione), la legge elettorale prevista per la sola Camera dei deputati, ce la presenterà composta per ben più della metà da nominati dei partiti, grazie all’accurata regia delle liste nei singoli collegi, al voto multiplo, al calderone nazionale in cui confluiranno tutti i voti e al complicato algoritmo che provvederà a ripartirli nuovamente. Al netto degli astenuti, il primo partito potrà governare grazie a un abnorme premio di maggioranza, e i partiti minori verranno tagliati fuori da una insolitamente elevata soglia di sbarramento. A meno di stravolgimenti dell’ultimo minuto, questo sarà, grosso modo, il risultato.
Quanto al nuovo Senato di 148 membri, sarà eletto dai cittadini per quel che riguarda i 20 governatori presidenti di regione. Indirettamente, tuttavia: eletti come tali, essi entreranno a Palazzo Madama automaticamente. Dei restanti, 107 saranno scelti dai partiti tra gli amministratori locali e 21 saranno indicati dal Presidente della Repubblica (oltre ai 5 senatori a vita).
Il Senato sarà quindi composto per il 72% (107 su 148) da nominati dai partiti e non potrà legiferare, nel senso che non potrà proporre leggi e tantomeno correggere, intervenire, controllare quelle nate alla Camera; in compenso, resterà con poteri immutati nelle revisioni costituzionali, nell’elezione del Presidente della Repubblica e nella nomina dei giudici costituzionali e dei membri del Csm.
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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