
Oltre che sul grave, annoso problema della sicurezza del lavoro, questa tragedia richiama l’attenzione sulle condizioni di semi-schiavitù in cui vivono migliaia di operaie e operai nelle aziende tessili cinesi, condizioni documentate in numerose inchieste televisive e tuttavia ancora in gran parte tollerate dalle autorità italiane (vedi, in proposito, anche il commento di Massimo Marnetto, qui sotto). Una Cina domestica che, scrive oggi su Repubblica Adriano Sofri, “lavora 15 o 16 ore al giorno se va bena,che viene pagata abbastanza da produrre un cappotto di marca a 19 euro, così che i clienti europei del pret-a-porter possano comprarselo a 100 o 200”. Io credo che la relativa indifferenza dell’opinione pubblica per vergogne di questo tipo debba preoccupare ogni vero democratico, non solo perché il lavoro degli immigrati in condizioni disumane fa concorrenza sleale alle nostre aziende, ma soprattutto perché l’uguaglianza, la dignità e il rispetto dei diritti civili devono valere per chiunque viva (o sopravviva) nel nostro territorio. Come? Lo scrittore pratese Edoardo Nesi propone una soluzione drastica, forse l’unica efficace: “confischiamo tutto a chi lavora nell’illegalità”. Cinesi e non cinesi, ovviamente.(nandocan)
da articolo 21, 1 dicembre 2013 – Sette operai morti in una fabbrica-dormitorio. È il tragico bilancio di un incendio che nella mattinata di domenica 1° dicembre ha distrutto un’azienda tessile gestita da cinesi in via Toscana, nella zona industriale di Prato. La fabbrica in fiamme è una ditta di confezioni di abiti. L’incendio ha causato il crollo di una parte del fabbricato che sarebbe adibito a dormitorio: piccoli ambienti ricavati con pareti di cartongesso.
“Le “morti sporche” di Prato servano almeno a richiamare l’attenzione sul tema della sicurezza sui posti di lavoro, un tema che sembra essere ritornato nella oscuritá politica e mediatica. Dalle prime ricostruzioni i morti di Prato non sono dovuti alla “tragica fatalità”, ma anche alla scarsa attenzione alle misure di prevenzione e di sicurezza, alle condizioni dell’impianto, alla scarsa considerazione riservata alla dignitá della persona”. Lo affermano in una nota Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti, direttore e portavoce di Articolo21. ”Questo non deve essere consentito ad alcuno, cinese o italiano che sia. Ci auguriamo che i media vogliano illuminare a giorno la tragedia di Prato ed i meccanismi che l’hanno resa possibile”.
da Massimo Marnetto, 2 dicembre 2013 – La manifattura tessile cinese clandestina fa guadagnare moltissimo le ditte italiane.Tutto il costo dei diritti negati ai lavoratori schiavi diventa guadagno delle ditte nazionali, che ormai mettono il modello iniziale e il logo finale del capo. Insomma, i “capannoni di clausura” pratesi fanno comodo a molti e questo spiega il perdurare di un fenomeno che tutti conoscono – come denunciò anche una dettagliata puntata di Report tempo fa – ma nessuno vuole seriamente contrastare.
