di Roberto Reale, 6 novembre 2013* – “Una vittoria schiacciante, la più clamorosa dal 1985″. Così il New York Times sull’elezione del nuovo sindaco della città, il democratico Bill De Blasio. E poi il giornale spiega che i cittadini di New York non ne possono più dell’accentuata disuguaglianza sociale fra ricchi e poveri, degli abusi della polizia, chiedono una nuova stagione. Oggi i media di casa nostra dedicheranno grande attenzione alle origini italiane del nuovo sindaco. Ed è logico che ci sia pure un po’ di “orgoglio nazionale” nell’interpretare l’evento. Ma non è questa la cifra politica con cui leggere il senso profondo di ciò che è accaduto. Sono il programma radicalmente liberal (da noi diremmo di sinistra) di Bill De Blasio, la sua impostazione politica a meritare attenzione. Vuole tassare i ricchi per trovare risorse per le scuole pubbliche, le università, gli ospedali, intende bloccare le agevolazioni fiscali ai costruttori che sfornano grattacieli per miliardari a Manhattan, propone un salario minimo e un cambiamento profondo dei metodi della polizia oggi particolarmente dura contro sospetti e minoranze.Lo hanno accusato di essere un comunista, di volere addirittura ricreare l’Unione Sovietica. E quale è stata la risposta dei cittadini? Gli hanno dato oltre il 73% dei voti con percentuali stratosferiche del 95% fra i neri e dell’85% fra gli ispanici. E così nella capitale della finanza mondiale, nella città di Wall Street, la gente ha chiesto un mutamento radicale di politica economica simboleggiato fisicamente dal passaggio dal sindaco miliardario Bloomberg al radical De Blasio.
Che cosa riuscirà a realizzare del suo programma ora è ovviamente tutto da vedere. I progetti, i buoni propositi si scontrano poi sempre con la realtà. Le armi delle élite finanziarie sono poi sempre affilate. Ma un verdetto popolare così ampio su un programma così preciso e socialmente connotato sono una novità. La classe media ha capito che la festa in questi anni l’ha fatta solo l’1% dei più ricchi e ha scelto di cambiare, di schierarsi con i più deboli. Da New York potrebbe partire qualcosa nella lotta alla disuguaglianza che sta strangolando il pianeta. Potrebbe. Vedremo come andrà a finire. Il “centrismo” ( che tanto piace a casa nostra) quello che dà un colpo al cerchio e una alla botte ed è privo di riferimenti ideali, nel frattempo saluta e se ne va.
*da Scenari News, il grassetto è di nandocan
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Pubblicato da nandocan
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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