La Costituzione è una cosa sola

costituzioneinmanofeatdi Sandra Bonsanti, 16 settembre 2013 – Mancava soltanto quella dichiarazione del presidente del Consiglio, quelle parole di puro e semplice disprezzo per la seconda parte della Costituzione, a mettere il sigillo sul sentimento e sul rispetto col quale il governo delle larghe intese si appresta a cancellare la Carta approvata dall’assemblea Costituente il 22 dicembre del 1947.

Per capire lo spirito di allora, ricordo i titoli di un paio di quotidiani. l’Unità: «La Costituzione antifascista e repubblicana approvata in una storica seduta alla Costituente». il Popolo: «Approvata la carta Costituzionale del nuovo Risorgimento italiano».

Un altro secolo, un’altra politica. Oggi il capo del governo precisa che bella è soltanto la prima parte, quella dei principi. Tutto il resto no. Come se fosse separabile, come se grandi maestri, a cominciare da Leopoldo Elia, non avessero passato la vita a spiegare che la Costituzione è una cosa sola. Una cosa che può essere aggiornata, secondo le procedure dell’articolo 138, ma non stravolta. Cambiare totalmente la seconda parte, modificando almeno 60 articoli come spiega Alessandro Pace, significa scrivere e far approvare un’altra Costituzione, che avrà alla fine altre firme. Meglio non pensare quali. Almeno Enrico Letta ha avuto il coraggio di dichiararlo. Gli altri fingono di ignorare dove si andrà a parare, avendo imboccato la strada della violazione dell’articolo 138.

La risposta a questo progetto la daranno il 12 ottobre a Roma tutti quegli italiani che si riconoscono nel manifesto “la via maestra” sottoscritto da Lorenza Carlassare, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, don Luigi Ciotti e Maurizio Landini. Associazioni e cittadini insieme, migliaia di adesioni sotto quelle cinque firme. Dopo la grande manifestazione del 2 giugno scorso a Bologna, dopo la raccolta di firme del Fatto . Molte iniziative che confluiranno in una sola piazza pacifica e decisa. Nel rivendicare tutti i diritti calpestati in questa fase politica, a partire dal diritto alla Costituzione del ’47-’48 che non siamo disposti a vederci scippare. Mi provoca un certo fastidio pensare che mentre scrivo queste poche righe i “saggi” del comitato presieduto da Luciano Violante stanno facendo la valigia per esser trasportati nell’albergo di Francavilla per trovare, in un dorato “ritiro”, quello che una volta si chiamava lo “spirito costituente”. Il che significa sostanzialmente per trovare fra loro l’accordo fra premierato e presidenzialismo.

Oggi Il Sole 24 Ore e ci informa che la scelta è già stata fatta, sarà “soltanto” un rafforzamento dei poteri del premier, la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie (non sarà chiamato nemmeno a dare o togliere la fiducia al governo), la diminuzione dei deputati (da 630 a 480). Basta dunque con il Bicameralismo, tanto vituperato (anche se il dubbio che alle volte la seconda lettura possa averci risparmiato oscenità e porcate mi pare legittimo, dato il livello dei politici che scrivevano le leggi). Pochi deputati, scelti accuratamente dai dirigenti politici. E un premier forte, che possa prender decisioni in fretta e in solitudine, senza le “catene” del Parlamento. Un salto nel buio. E nessuna certezza che invece, alla fine, sia con questa che con una prossima maggioranza non si imbocchi la via del presidenzialismo. In mezzo alla tempesta, noi abbiamo scelto di distruggere le basi del patto che ci ha tenuto insieme. Invece di aggiornare punti specifici della Carta, abbiamo scelto di stravolgerla. Da qui, dalla protesta per questo “furto” storico di democrazia, la manifestazione del 12 ottobre. Da li, la “Via maestra” ci indicherà come riempire di contenuti il vuoto in cui ci ha lasciato il fallimento della politica. Non nasceranno né un nuovo governo, né un nuovo partito. Ma, spero, un comune sentire e una comune cultura dei diritti e dei doveri che dovrebbero essere la base di ogni politica futura che abbia a cuore la solidarietà, la legalità e la giustizia.

Che si fondi sulla prima parte e sulla seconda parte della Costituzione: un patrimonio che non deve essere nella disponibilità di nessun governo e di nessuna istituzione.

da libertaegiustizia.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere