
di Roberto Giachetti, 4 giugno 2013* – Il dibattito sull’avvio del percorso di una fase di riforme costituzionali necessarie ed auspicate da oltre vent’anni in Italia pone alcune questioni cruciali per la credibilità dell’intera classe politica e anche per il ruolo che il mio partito intende svolgere in questa delicata partita.
Tanto per sgombrare subito il campo dagli equivoci chi mi conosce sa bene quale sia la mia posizione a proposito della necessità di aprire una stagione di netta trasformazione della forma dello Stato, e nello specifico di imboccare la strada per l’adozione di un sistema semipresidenziale corredato da una legge elettorale con doppio turno alla francese. Nel corso dei mesi in cui, in Commissione al Senato, imperversava una ridda di dichiarazioni uguali e contrarie sui modi di “migliorare” la legge vigente, di fronte alla provocazione di un emendamento del Pdl che proponeva di cambiare il sistema in senso semipresidenziale, essendo inoltre cofirmatario (e con me molti colleghi del Pd) di una proposta di legge in tale direzione, mi permisi di suggerire al mio partito di vestire la maschera del giocatore di poker andando, come si dice, a “vedere le carte”. In questo caso avremmo avuto due opzioni sul tavolo: da un lato potevamo svelare il bluff, dall’altro avremmo potuto avviare molto più proficuamente e anche più tempestivamente un confronto su un’ipotesi più concreta su cui convergere.
Questa premessa è utile per chiarire che l’avvio di una stagione di riforme istituzionali di più ampio respiro non può che vedermi favorevole, ma, appunto, non da oggi. C’è però un fattore che, come spesso accade, si tende a considerare variabile e che invece, ahimè, diviene il più delle volte il termometro della effettiva volontà politica di centrare un obiettivo e della contestuale credibilità che ne consegue, il fattore tempo. Sono la consapevolezza della fragilità della struttura su cui si regge il Governo e la esiguità del tempo a disposizione ad aver spinto il Presidente Letta ad auspicare a Spineto un intervento di “salvaguardia” della legge elettorale che consentisse un ritorno alle urne, in caso di caduta del Governo o di fine anticipata della legislatura, senza Porcellum. Ed è proprio per allinearmi a questa esigenza che ho presentato, nella sua sede naturale ed impegnando la sua sede naturale, la Camera, la mozione della settimana scorsa. Proprio perché ritengo la questione della “norma di salvaguardia” non contrapposta ma del tutto complementare al lavoro parallelo e assai complesso in sede di riforme costituzionali, mi sono trovato in totale sintonia persino con il Ministro Quagliariello secondo il quale la materia era di competenza parlamentare e in Parlamento ho quindi ritenuto fosse necessario pronunciarsi.
Il voto sulla mozione di maggioranza, che di fatto ignora la necessità di mettere ora e subito in sicurezza la legge elettorale e che è in qualche modo figlia dei precari equilibri su cui si regge la compagine di Governo, pone però un altro interrogativo che mi sta a cuore e su cui sarebbe utile riflettere. Il Partito Democratico, che da sempre e ancora in queste ore continua a ribadire, dal primo all’ultimo dei suoi rappresentanti, l’assoluta importanza di superare il Porcellum ha un piano su questo? Poiché, come si è detto, il problema che sollevava la mia mozione per il ritorno al Mattarellum era di natura metodologica e non sul merito della questione, quando e dove, come Partito Democratico, pensiamo di affrontarla se tutti indistintamente la riteniamo giusta?
* da “Qualcosa di riformista”, il grassetto è di nandocan
Roberto Giachetti. Vice Presidente della Camera dei Deputati, è parlamentare dal 2001. Formato nel Partito Radicale, tra il ’93 e il 2001 è prima capo segreteria e poi capo gabinetto del sindaco di Roma, Francesco Rutelli. Quindi segretario romano della Margherita. www.robertogiachetti.org @bobogiac
