Putin in Cina: Xi detta i tempi della geopolitica

Piero Orteca su Remocontro

Trump non ha nemmeno fatto in tempo a partire che, a Pechino, è arrivato il Presidente russo. Una visita-lampo che sarà prima di tutto ricca di contenuti pratici, con il perfezionamento di intese commerciali, infrastrutturali e militari già avviate. Ma il vertice manda soprattutto un preciso segnale: le due superpotenze vogliono proporsi come “fattore di stabilità” del vecchio ordine mondiale, sconvolto da Donald Trump.

Due protocolli diversi

Vladimir Putin, che comincia oggi di buon mattino la sua intensissima giornata di incontri istituzionali in Cina, è atterrato ieri sera a Pechino, accolto dal Ministro degli Esteri, Wang Yi. Questa è la venticinquesima visita del leader russo nel vicino colosso asiatico. La cerimonia di benvenuto è stata calorosa ma sobria, niente di particolarmente formale, come quella che era stata riservata, per esempio, a Donald Trump. E qui, sin dai primi istanti del viaggio, già gli analisti del South Chin Morning Post di Hong Kong (SCMP), sottolineano alcune evidenti differenze. Trump è un avversario, col quale bisogna dialogare. Ma che tale resta. Putin è un “amico” già acquisito, nei confronti del quale si possono evitare i convenevoli, per andare subito al sodo. “Putin – spiega meticoloso il SCMP – alloggerà presso la Diaoyutai State Guesthouse, la sede tradizionale per l’accoglienza dei leader stranieri. Il suo programma inizierà oggi in Piazza Tiananmen con una cerimonia di benvenuto ufficiale, seguita da un incontro con il suo omologo cinese Xi Jinping. Al contrario, Trump è stato ricevuto dal vicepresidente Han Zheng e ha alloggiato presso l’hotel a cinque stelle Four Seasons, situato vicino all’ambasciata statunitense. La visita del Presidente americano si è conclusa con un tè e un pranzo di lavoro a Zhongnanhai, il suggestivo e antico complesso della leadership cinese, anziché a Diaoyutai”. Chiaro il riferimento del giornale alla volontà di Xi di trattare Trump secondo un rigido protocollo. Sperando anche di impressionarlo con la forza esercitata dalla millenaria cultura del suo Paese. Da parte sua, intanto, Mosca ha respinto le ipotesi di un collegamento tra la tempistica delle visite di Putin e Trump. Yuri Ushakov, consigliere del Presidente, ha detto che si tratta di una coincidenza, “perché la nostra data era già stata fissata a febbraio”.

La Tripolarità asimmetrica

I cinesi non “mediano” con i russi, nel senso che sono loro alleati. O, per essere più precisi, “partner strategici”. Che, tradotto, vuol dire non proprio “piacersi”, ma avere di sicuro grossi interessi a mezzadria. Per cui, i loro interventi in politica internazionale obbediscono sempre a questa logica: fanno da “moderatori” con Mosca, fino a quando a loro conviene, è ovvio. Premessa teorica indispensabile quello che facciamo, perché la presunta “tripolarità” del pianeta, che la visita di Putin a Pechino (dopo quella di Trump) disegna, è alquanto asimmetrica. In effetti, Cina e Russia, da diversi punti di vista, fanno parte della stessa squadra. Vladimir Vladimirovic, dunque, è arrivato nella capitale cinese, dove oggi avrà una giornata di fuoco (per l’intensità del programma) con il Presidente Xi Jinping. Ufficialmente, c’è una copertura cerimoniale del meeting, perché l’invito rivolto a Putin avviene in coincidenza con il 30° anniversario dell’istituzione del “Partenariato strategico di coordinamento tra Cina e Russia”. Non solo, contemporaneamente viene anche ricordato il 25° anniversario della firma del “Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole” e, inoltre, anche l’avvio del ciclo di eventi per gli “Anni dell’Istruzione” comuni. In pratica, però, gli “sherpa” delle rispettive Cancellerie in queste settimane hanno lavorato duramente, per redigere una (ambiziosa) bozza di programmi che soprattutto il Cremlino non vede l’ora di trattare e, se possibile, tradurre in progetti concreti.

Mosca e Pechino vanno al sodo

Naturalmente, eventi di questo tipo sono preziose occasioni per fare un po’ di sana propaganda diplomatica. Con discorsi densi di riferimenti a pace, fratellanza, sicurezza globale e “non interferenza”. Ma sotto le ceneri di parole scontatissime ardono, invece, le braci di interessi economici (e militari) per cifre notevoli, che spaziano in ogni campo. A partire dall’energia, vero tallone d’Achille cinese, per la quale Xi Jinping è pronto a firmare qualsiasi patto faustiano. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Pesov, ha dichiarato che la Russia nutre grandi aspettative per la visita di Putin. Il funzionario ha sottolineato che i colloqui riguarderanno, tra le altre cose, il commercio, la cooperazione economica, la medicina, la cultura e l’istruzione. Poi, per capirci, è sceso un po’ di più nei particolari, toccando uno dei tasti più sensibili: il progetto del grande gasdotto Power of Siberia 2. Peskov ha detto “che sarà discusso in modo molto dettagliato”. Secondo la Reuters, la gigantesca pipeline, lunga 2.600 km, “dovrebbe trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno in Cina attraverso la Mongolia, dai giacimenti artici di Yamal. Andrebbe ad affiancare l’attuale gasdotto Power of Siberia 1, che lo scorso anno ha trasportato 38 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia alla Cina. A settembre, durante l’ultimo incontro tra Putin e Xi, le due parti hanno concordato di aumentare la capacità del Power of Siberia 1 a 44 miliardi di metri cubi all’anno”. Si tratta, come è evidente, di un progetto strategico di importanza straordinaria, per affrancare Pechino dalla dipendenza energetica. Ma che garantirebbe anche alla Russia un ritorno, sicuro e prezioso nel tempo, di royalties per le sue finanze.

Dal business alle aree di crisi

“Dall’inizio della guerra in Ucraina – afferma SCMP – gli scambi commerciali sino-russi sono fioriti, con Pechino che ha intensificato gli acquisti di petrolio, carbone e gas russi ed esportato beni di consumo importanti come automobili ed elettronica verso il suo vicino settentrionale. Secondo i dati ufficiali cinesi, lo scorso anno gli scambi bilaterali si sono attestati a 228,1 miliardi di dollari, con la Russia che ha registrato un surplus commerciale di 21,49 miliardi di dollari, in aumento del 55% rispetto al 2024”. Dati notevoli, soprattutto se si tiene conto che il sistema russo è sanzionato. Adesso Xi e Putin puntano a “esportare”, specie nel Terzo mondo e verso i “non allineati” , la dottrina della “stabilità” del vecchio ordine. La “non interferenza” come chiave per non alimentare conflitti è prerequisito indispensabile per rilanciare il commercio internazionale.

In questo senso, parleranno senz’altro e diffusamente di Ucraina, Iran, Medio Oriente e Taiwan. Magari con qualche tacito accordo su come gestire le rispettive sfere d’influenza. Con un occhio sempre rivolto, non c’è dubbio, al registratore di cassa.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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