Guerre senza frontiere nel mondo mercato

L’ho scritto e lo ripeto, se la storia evolutiva consentirà alla nostra specie di sopravvivere all’epoca delle guerre, quanto a ferocia i nostri discendenti non faranno distinzioni tra noi e i popoli primitivi. Probabile che questi ultimi facessero meno danni. E forse l’ingegno umano andava meno sprecato in stupide ma oggi – ben più pericolose di ieri – operazioni di dominio. Ricordo gli anni della seconda guerra mondiale, le bombe e gli scontri armati a due passi da casa. Bisognerebbe far rivivere ai giovani una settimana di quelle per non sentire parlare con tanta facilità di possibili – e di certo oggi assai più distruttive – guerre mondiali. Invito comunque tutti a leggere l’ottimo saggio che segue dell’amico e collega, già corrispondente di guerra, Ennio Remondino. È un po’ lungo ma vale la pena. (nandocan)

Ennio Remondino su Remocontro

Nel 1989 cade il muro di Berlino e, due anni dopo, l’Unione sovietica è costretta a dichiarare fallimento. L’internazionalismo sovietico, nel suo poco di socialista e nel suo troppo di autoritario, semplicemente evapora, e gli subentra una Russia nazionalista, affamata, pronta a cavalcare il modello capitalistico più avventuroso. L’apparato repressivo della propaganda sovietica muore e si attrezza la più elaborata strategia dell’inganno che insegue la democrazia

Il capitalismo autoritario

Tra riciclaggio di capitali e di classe politica specularmente loschi, la Russia si scopre ricca, attraverso gas e petrolio siberiani e caucasici. Persino la Cina, che resta la sola potenza mondiale a dirsi ancora comunista, copia a sua convenienza gli schemi dell’avversario occidentale e importa l’aggressivo modello del mercato capitalistico, competitività e bassi costi. Mentre all’interno mantiene il rigido controllo su diritti e rivendicazioni dei suoi cittadini e lavoratori. Sempre nel sud del mondo cresce e diventa gigante economico l’ex povera India delle caste. L’industrializzazione forzata trasforma i paria, gli esclusi, in sottoproletariato e fa del paese un’altra inquietante potenza atomica.
Gli Stati Uniti e il mondo occidentale, dopo aver spolpato gli Stati europei satelliti dell’impero sovietico in nome della Nato, scoprono che la partita per l’egemonia planetaria è tutt’altro che conclusa. Tutti dichiarano la fede alla liberalizzazione dei commerci, premessa – raccontano – per garantire a tutti le libertà personali con la soddisfazione del bisogno. Libero mercato a produrre democrazia e sviluppo. Detta così suona molto bene. Tradotta in gergo, è l’alibi perfetto per democrazie apparenti e sistemi politico-economici oligarchici. Con la benedizione della trinità di libera impresa, libero mercato, e più o meno libere elezioni.

Globalizzazione, ma solo a convenienza

Siamo alla globalizzazione: l’idea è quella di un unico, enorme mercato mondiale, osannato con voce unanime dalla televisione cosmica, che segue da vicino la progressiva eliminazione di tutte le barriere economiche fra gli Stati. E intanto, nell’unica piazza planetaria, i capitali finanziari – i soldi – e i potentati industriali e commerciali – le strutture e le merci- vanno dove gli pare. Il soldo, l’industria e il commercio globalizzati, dalla teoria alla pratica, vanno semplicemente dove conviene loro. I lavoratori vanno dove li spinge l’indigenza. Salvo leggi particolarmente severe di alcuni Stati contro i migranti clandestini. A dichiarare reato la povertà e la fame.
Nasce contemporaneamente la moneta virtuale, quella che esiste soltanto nei bit di un computer. Può accadere, è accaduto, che quel castello di carta si afflosci sulla sua inconsistenza. E dalla ricchezza millantata da banche d’avventura, finanzieri bari e organi statali di controllo complici o distratti, accade che il mondo precipiti nella crisi. Crisi provocata da pochi che diventa di tutti attraverso i salvataggi di Stato, per evitare la bancarotta del pianeta. Privatizzare i guadagni, globalizzare le perdite, parti diseguali, come sempre. E dalla ricchezza promessa a tutti e riservata a pochi, siamo finalmente all’equa distribuzione, ma soltanto dei debiti. Mentre l’informazione oscilla fra denunce allarmistiche e fuorvianti rassicurazioni.

Il mercato globalizza anche le guerre

Quelle che prima nascevano dalla competizione fra gli interessi sovietici ideologici ed economici americani e loro dintorni, ora si spezzettano in contrasti tra ex sudditi inquieti rimasti senza padrone.Oltre 200 nuovi conflitti nel mondo dalla fine della guerra mondiale, calcola l’ONU, con moderazione. Il contabile ci dice che la media è stata di 2 nuove guerre e mezza ogni anno. Considerando che le guerre hanno, fra gli altri vizi, anche quello di non avere data di scadenza e di poter durare a lungo, la media è di una trentina di guerre sempre in corso. Più o meno quante di una certa consistenza se ne stanno combattendo oggi. Voi ne sapete niente? Io, che per mestiere facevo telegiornali e che ora vi scrivo su Remocontro, non credo di sapervele elencare tutte. Nel percorso tra Guerra fredda e globalizzazione anche i modelli di guerra combattuta si aggiornano. Esiste uno studio delle Nazioni Unite che cataloga 20 diverse variazioni sullo stesso tema. Oltre l’attualità certa che ci offrono Trump e Netanyayu con l’aiutino ucraino di Putin.

Guerre di che serie

Guerra tra Stati. Guerra di conquista. Guerra di frontiera. Guerra civile. Guerra civile con intervento esterno. Guerra civile etnica. Guerra di indipendenza. Guerra di secessione. Guerra di sterminio. Guerra del pallone. Rivolta antigovernativa. Rivolta antigovernativa etnica. Rivolta antigovernativa religiosa. Insurrezione militare. Colpo di Stato. Rivoluzione. Annessione. Invasione. Sterminio di classe. Esecuzioni di massa. So che avete notato la guerra del pallone, nel 1969 fra Honduras ed El Salvador quando, dopo una partita fra le nazionali dei due Stati centroamericani, gli scontri in campo (di calcio) coinvolgono l’orgoglio nazionale e gli eserciti, provocando circa 5 mila morti. Assurdità, direte voi. Eppure, nel tempo della Carta universale dei diritti umani, delle Nazioni Unite, della Costituzione italiana che «rifugge la guerra», e di tanti altri analoghi impegni solenni dell’universo mondo, le quasi 200 guerre medie e piccole che sono seguite a quella mondiale hanno prodotto 22 milioni e mezzo di morti. Messi in fila uno dietro all’altro, quei morti sono più o meno la metà di quanto è riuscito a produrre il grande macello della Seconda guerra mondiale, e senza neppure un Hitler di nome a fare la prima mossa.
Una novità nel passaggio al nuovo millennio la categoria di quelle definite umanitarie, su cui il giornalismo vive la doppia trappola della condivisione politica o dell’inganno subìto. Mercato nuovo con grandi prospettive di sviluppo. Autentica svolta nell’ordine mondiale. Valeva prima il vincolo perentorio della non interferenza nelle questioni interne di uno Stato sovrano, sancito la prima volta dalla pace di Westfalia del 1648 e alibi per infinite sporche dittature nel mondo. A onor del vero, il vincolo è stato anche la sola regola internazionale contro la moltiplicazione dei conflitti, riconosciuta persino delle Nazioni Unite. Ma spezzando i vincoli e rinnovando presunti ideali, la guerra umanitaria, inventata negli anni ’90 del secolo scorso, si legittima sulla base dell’autoproclamato diritto all’ ingerenza. Conquista di democrazia recente, che antepone la tutela dei diritti dell’uomo a quella dei diritti dello Stato. Splendido, se mai l’intera comunità internazionale, i 192 Stati delle Nazioni Unite, avesse nominato un arbitro condiviso. Le ragioni umanitarie di chi sono e a favore di quale Stato? Pesano di più le sofferenze della popolazione o la potenza politico-militare di chi l’opprime? Perché il Kosovo sì e la Palestina no? E le 72 risoluzioni ONU di condanna a Israele sulla questione palestinese trattate come cartastraccia? In assenza di risposte e a volte nell’oscuramento mediatico delle stesse domande, la realtà attuale è mortificante. Prima si fanno le guerre e poi se ne discute, e l’ONU con qualche risoluzione pasticciata cerca di metterci una pezza.

Troppe regole da violare, basta regole

La guerra umanitaria che ha il brevetto sul nome è quella dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia di Milosevic. Da Belgrado, sotto le bombe, non ne ho perso un fotogramma. È il 1999 e da Roma, Washington e Bruxelles ci dicono che è per difendere la minoranza albanese della provincia serba del Kosovo. Balla sovranazionale, con la Serbia che alla fine perde un pezzo del proprio territorio e l’Europa che ci guadagna solo un nuovo staterello attaccabrighe. E dopo l’avventura che il mondo continua a pagare cash con elefantiache e sterili missioni internazionali, quella motivazione alla guerra perde fascino e credibilità. Qualche ulteriore tentativo di legittimare altre azioni militari internazionali come ingerenza umanitaria, vedi l’ultimo Iraq, è bocciato sul nascere dagli addetti al marketing dell’idealpolitik. Troppo evidente pubblicità ingannevole. Le guerre umanitarie hanno caratteristiche tecniche che le distinguono da tutte quelle del passato. Si sa da subito chi vincerà. Squilibrio di forze poderoso, altrimenti neppure ci si proverebbe. Sono veloci nella fase militare e sono eterne nella ricostruzione della pace, del cessate il fuoco che viene gabellato come pace. Quelle guerre impongono l’uso di ordigni sempre intelligenti, che ammazzano i civili nel tentativo di risparmiare i soldati. “Opzione zero” viene chiamata. Tradotto: zero morti per chi decide il conflitto e zero umanità nei confronti di chi lo subisce. Per perfezionare il meccanismo delle guerre umanitarie resta un problema da risolvere: individuare e catalogare i pochi buoni da soccorrere e i molti cattivi da punire. Prima o poi scoppierà una guerra anche per questo.

La guerra da vendere o da nascondere

Esiste infine anche la guerra da vendere, da mettere sotto i riflettori a tutti i costi, e l’ultimo Iran ne è l’emblema. Guerra da offrire in pasto all’opinione pubblica attraverso insistita e acconcia esposizione dell’attacco meritorio. Il conflitto armato, se abbastanza televisivo, fa ascolto, e il macello si trasforma in ore di televisione a basso costo, da spalmare su tutto il palinsesto. In un pindarico contraddittorio che insegue le emozioni e perde per strada la notizia, o almeno l’obbligo di verificarla. È la guerra dei forse, dei sembra, dei si dice, quella prediletta dagli Stati maggiori. E se la guerra è troppo tecnologica e non si vede tanto meglio, purché si trasferisca il set del telegiornale a bordo trincea e si giochi sull’emozione dei cronisti, che diventano eroici combattenti per la vittoria negli ascolti.

Il pantano che ne segue e certamente seguirà l’insensata avventura iraniana dilagante rapidamente in tutto il medioriente grazie al solerte impegno israeliano, con una ripresa del terrorismo nel mondo nemico occidentale fatto di attentati, di morti per autobomba e kamikaze, di ostilità popolare diffusa, che isola e logora anche i più potenti eserciti in cosiddetta missione di pace. Sprofondare in quel fango non conviene, per molte buone ragioni. Perché sorgono dubbi sulle motivazioni reali del conflitto. Perché la notizia per la tv è ripetitiva e anzi, come tale, non notizia. In più, brutale verità per il cronista, la guerra celebrata ti garantisce il titolo da vivo, quella dimenticata o da rimuovere, ti sbatte in prima pagina solo da morto.

 


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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