Iran, Trump con l’aiuto di Israele prepara l’attacco

Secondo l’agenzia Kronos “Israele e gli Stati Uniti negano ogni coinvolgimento nella serie di esplosioni registrate (oggi, 1 febbraio ndr), in Iran. Una fonte dell’amministrazione Usa ha detto alla Cnn che le esplosioni non sono collegate ad un’azione militare americana”. Quello che verrebbe da chiedersi agli ingenui come me è perché le trattative sul nucleare con l’Iran come con qualsiasi altro stato potrebbero essere soltanto a senso unico, cioè riguardare unicamente il nucleare iraniano. Tanto più che Trump ha già dichiarato che intende attaccare il territorio persiano. (nandocan)

Piero Orteca su Resoconto

Entro breve Trump colpirà l’Iran, con la cooperazione israeliana. Lo Stato ebraico sta mettendo a disposizione tutte le sue fonti di intelligence nel Paese degli ayatollah. Le voci affidabili provenienti dai Servizi segreti, seguono il rifiuto di Teheran di tornare alle trattative sul nucleare e le minacce di attacco degli Usa che stanno concentrando una straordinaria forza navale nell’area del Golfo Persico.

Un militare dirige un aereo da combattimento con torce rosse, mentre un jet è parcheggiato sullo sfondo.

Gli Usa mostrano i muscoli

I ripetuti avvertimenti lanciati dagli Stati Uniti, durante la recente rivolta sociale in Iran, secondo gli analisti avevano il difetto di non essere accompagnati da un eloquente sviluppo di forza militare. Le minacce si scontravano con un’effettiva carenza di unità navali di grosso tonnellaggio nella regione di crisi (Quinta flotta, sede del Bahrein). Ora le cose sono cambiate e fanno presagire un cruciale cambio di strategia. Infatti, a coprire tutta la regione del Medio Oriente, il Pentagono ha ora destinato il gruppo d’attacco della portaerei Abraham Lincoln. Una nave che trasporta squadroni di F/A-18 e F-35 ed è scortata da numerosi cacciatorpediniere e fregate lanciamissili. Nella regione sono stati dislocati altri tre squadroni di F-15, insieme a batterie di difesa aerea arrivate in questi ultimi giorni. Diversi altri caccia lanciamissili sono stati dislocati nel Golfo Persico e nel Mar Rosso.

Perché è importante lo sviluppo navale americano? Le strategie di Trump sono sempre ondivaghe e lasciano l’interlocutore abbastanza confuso sulle sue intenzioni. Trump ha ripetutamente minacciato gli ayatollah per la repressione delle proteste antigovernative, ma finora le mosse sul campo non erano state conseguenti. Adesso, invece, sembra che tutto il protocollo di attacco si sia messo in moto. Un esempio per tutti quello relativo agli incontri avuti dall’ammiraglio della Marina statunitense Brad Cooper, comandante supremo del Pentagono per il Medio Oriente.

Cooper, secondo fonti dell’Amministrazione Trump, si è confrontato con alti funzionari militari israeliani, tra cui quello che un portavoce dell’esercito israeliano ha descritto come un ‘lungo incontro personale’ con il Capo di stato maggiore israeliano, il maggiore generale Eyal Zamir. Si è parlato di Iran? Probabile. Anzi, sicuro. Visto che subito dopo tutte le unità dell’US Air Force in Medio Oriente hanno avviato esercitazioni, che hanno comportato la dispersione di uomini e mezzi dalle basi più grandi a quelle più piccole. Il tutto, evidentemente, per anticipare una ipotetica rappresaglia iraniana a un possibile (e a questo punto prevedibile) attacco americano.

Nessuna trattativa sul nucleare

Gli ayatollah non vogliono trattare sul nucleare. Per loro, discutere con le portaerei americane davanti alle loro coste, è solo un ricatto bell’e buono. Non si può chiamare ‘trattativa’, dicono, quando ti viene puntata una pistola alla testa. Il problema, in effetti, è che più diminuisce la capacità contrattuale degli ayatollah (gravemente scossa dai ripetuti attacchi israeliani) e più aumentano le richieste di Trump. Che fino a sei mesi fa si fermavano al programma nucleare (e quindi ai livelli di arricchimento dell’uranio), ma che dopo i bombardamenti dei siti di produzione iraniani, sono diventati più ambiziosi. Ora, costantemente pressata da Netanyahu, la Casa Bianca esige da Khamenei che qualsiasi accordo debba anche riguardare il programma missilistico del Paese e il sostegno alle milizie regionali, come Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen.

Paradossalmente, secondo voci di corridoio, gli ayatollah in questo momento sarebbero più propensi a trattare sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Anche perché, dicono fonti di Intelligence, sembra che gli attacchi israelo-americani abbiano danneggiato gli impianti in maniera quasi irreparabile. O, almeno, in modo tale da non riuscire a ottenere un arricchimento soddisfacente. Teheran invece è assolutamente meno disponibile per quanto riguarda il suo programma missilistico: in questa richiesta sa che c’è lo zampino degli israeliani e non intende recedere di un millimetro.

D’altro canto, è anche vero che l’Iran non ha permesso agli ispettori dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) di tornare nei siti danneggiati per valutare ciò che resta delle sue scorte prebelliche di 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito. Preoccupano anche le voci relative alla costruzione di un nuovo impianto di arricchimento a Piccone, un sito sotterraneo a sud di Natanz che, secondo gli analisti, potrebbe essere utilizzato come nuovo impianto di arricchimento dell’uranio.

E il Mossad aiuta Trump

Dunque, Israele sta contribuendo efficacemente, elaborando il quadro di intelligence, al prossimo attacco americano contro l’Iran. Un’evenienza che, visto il moltiplicarsi degli spifferi, appare sempre più probabile. Come riporta l’analisi del think tank Al-Monitor, «Haaretz ha riferito che il direttore del Mossad David Barnea è arrivato a Washington per colloqui con alti funzionari americani». Giovedì, Axios ha riferito che il capo dell’intelligence militare, il Maggior Generale Shlomi Binder, si è recato a Washington all’inizio della settimana per informare l’amministrazione Trump su specifiche informazioni di intelligence richieste sull’Iran.

È noto che Israele possiede importanti fonti di informazione all’interno dell’Iran e un enorme database di intelligence, e che per ottenerlo ha investito miliardi di dollari nel corso di decenni. «Condividiamo con gli americani tutto ciò che abbiamo, per massimizzare le possibilità di successo di un possibile attacco all’Iran», ha dichiarato ad Al-Monitor un’importante fonte militare israeliana, parlando in condizione di anonimato. «Israele ha eliminato la maggior parte degli scienziati nucleari iraniani e la maggior parte dei comandanti di alto rango negli ultimi anni, e l’esperienza israeliana accumulata in molti anni sta ora aiutando gli Stati Uniti nei suoi vari piani».

«Funzionari israeliani affermano che Trump sta valutando una vasta gamma di obiettivi, tra cui infrastrutture e basi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, simboli del governo, infrastrutture nucleari, infrastrutture missilistiche e altri siti importanti». «Il Presidente sta valutando tutte le opzioni”, ha dichiarato ad Al-Monitor una fonte di alto livello dell’intelligence israeliana. Il funzionario ha rifiutato di commentare le notizie secondo cui forze speciali americane potrebbero operare anche in Iran».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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