La democrazia è utile al potere quando è inutile

Antonio Cipriani su Polemos

Parafrasando Hannah Arendt, lo spazio pubblico della democrazia vive immerso nella menzogna, e la menzogna è il modo in cui la realtà viene narrata costantemente. Questa premessa per affrontare il tema del titolo: la democrazia è perfettamente utile al sistema capitalista e, nel contempo, rappresenta un gravissimo rischio.

Utile quando il meccanismo di persuasione, propaganda e controllo riesce a celare le brutalità insite nel sistema, distogliendo l’attenzione dall’ingiustizia strutturale del modello economico e sociale basato su sfruttamento, oppressione e dominio del ricco sul povero, del forte sull’inerme. Utile, quindi, quando occhio non vede e coscienza non duole.
Inutile, invece, quando il livello di conoscenza pubblica, insito nel concetto stesso di democrazia, alimenta un eccessivo senso critico nei confronti del potere e mette in dubbio proprio l’architettura brutale, ma flautata mediatica e politica, del sistema. In quel caso a diventare il nemico numero uno del Potere con la P maiuscola è la conoscenza, in tutte le sue declinazioni. La conoscenza come consapevolezza di ciò che viviamo, come lettura di libri non banali e conformisti; la conoscenza come informazione e testimonianza delle efferatezze (basta vedere la mattanza di giornalisti a Gaza).

Insomma la democrazia è utile al Capitale, e alle sue declinazioni politiche, tecnologiche, militari e mediatiche, se non agisce come democrazia, ma come parvenza di democrazia a celare la realtà di un meccanismo spietato. Se i popoli alzano la testa, ecco che vengono archiviati legalità e diritti e si passa sul piano puro e semplice della sorveglianza e repressione. Quando poi ci sono in campo fondamentalismi estremi, espressione di quanto le cose che vanno male possano andare peggio, tipo Trump e Netanyahu, tutto appare ancor meglio definito: la democrazia immaginaria, quando non serve più, con tutto il suo corredo di regole e legalità, si può mettere in un armadio come un cappotto vecchio passato di moda.

Così noi poveri cittadini che pensiamo ancora ai valori come la giustizia uguale per tutti, la legalità internazionale, l’etica, il rispetto civile e altre anticaglie culturali in tempi di zombie, siamo attoniti di fronte al mistero dell’involuzione della specie. Di come sia possibile un tale livello di collaborazionismo ottuso davanti a criminali al Potere che hanno addirittura gettato la maschera, in perfetta alleanza con il sistema militare industriale e alle multinazionali più sfrenate, ritenendo che fosse il momento per decretare, armi in pugno, che il mentire politico è una filosofia morale e la menzogna una forma di verità indiscutibile.

Almeno adesso si vede con chiarezza quello che finora sapevamo ma non si poteva dire per miope convinzione che fosse complottismo, antiamericanismo eccetera.

Sta a noi che siamo cittadini comuni credere che la verità (non il compromesso con la menzogna) sia l’unica arma che abbiamo per scalfire la montagna di bugie che ci governa e ci rende passivamente schiavi dell’1% del mondo che fa il bello e cattivo tempo contro il 99% delle altre persone che tacciono e soffrono.

Ps
Questa frase finale è stata scritta pensando alla disperazione del barbiere anarchico che non sa arrendersi di fronte all’evidenza della sconfitta e pensa sempre che la notte buia finirà e che il seme di chi non si è arreso sarà nel vento per nuove rosse primavere.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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