Troppi morti, Trump torna a minacciare l’Iran

Che il mondo musulmano possa conoscere oggi, in Iran più che altrove, una degenerazione clericale simile a quella che la cristianità conobbe ai tempi dell’inquisizione prova che solo raramente la Storia è “magistra vitae”. Lo stesso dicasi per il bellicismo che stoltamente si ripropone oggi ai piani alti della politica europea e occidentale a ottant’anni dalle rovine della seconda guerra mondiale. Però una differenza c’è ed è ai piani bassi della società. Le stesse piazze che si riempivano allora per applaudire alle dichiarazioni di guerra oggi manifestano per la pace. Che la politica ne tenga conto. (nandocan)

Piero Orteca su Remocontro

Mentre infuria il macabro balletto di cifre sui manifestanti che sarebbero stati uccisi durante la rivolta in Iran (forse migliaia), ci si interroga sulla risposta che daranno gli Stati Uniti al regime degli ayatollah. Un duro post di Trump ha riacceso le aspettative su un possibile intervento americano. Ma l’impressione è che alla Casa Bianca ci sia molta indecisione e che, comunque, per ora si navighi a vista.

Scena di disordini notturni con auto danneggiate e fiamme in strada, mentre una folla si raduna.

Un post che è un ultimatum

La rivolta popolare, partita dai bazar di Teheran, si è successivamente diffusa a macchia di leopardo in tutto il Paese, con una velocità incredibile e senza essere pilotata, per poi saldarsi. Allo stesso tempo, le rivendicazioni economiche, spinte da un’inflazione del carrello della spesa al 65%, si sono unite a quelle politiche e per le libertà civili. Da quel momento la situazione è precipitata, la rabbia dei manifestanti è cresciuta e le forze di sicurezza hanno cominciato a sparare sulla folla. Funzionari governativi parlano di 3000 morti, mentre gruppi della diaspora iraniana in esilio, come quelli raccolti intorno a Iran International (network televisivo con sede a Londra), accusano la polizia di avere causato un numero ben superiore di vittime, per reprimere il dissenso.

Di fronte a questa svolta drammatica, l’atteggiamento ‘trattativista’ di Trump sembra essersi ridimensionato. Così, il Presidente Usa ieri è tornato a minacciare gli ayatollah, nell’attesa di decidere precise azioni di rappresaglia. Lo ha fatto con un post su Truth Social che dice: «Patrioti iraniani, continuate a protestare, prendendo il controllo delle vostre istituzioni! Conservate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti non cesserà. Gli aiuti stanno arrivando. MIGA (Make Iran Great Again)!!! Presidente Donald Trump». Successivamente ha confermato tutto, rincarando la dose, durante una visita a Detroit.

E ora che succede?

Siamo alle solite. Come in tutte le crisi, la strategia adottata dall’attuale inquilino dello Studio Ovale appare ondivaga, ambigua al punto da frastornare amici e nemici. Ali Larjiani, esponente di spicco del regime persiano, ha replicato stizzito alle nuove minacce, dicendo che i veri assassini del popolo iraniano «sono, nell’ordine, Trump al primo posto e Netanyahu subito dopo». «Non è chiaro cosa intenda Trump con ‘gli aiuti sono in arrivo’ – scrive invece il Guardian – ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha detto ai giornalisti che gli attacchi aerei erano tra le molte opzioni, aggiungendo però che la diplomazia è sempre stata la prima scelta».

Dunque, in base al canale ufficiale dell’Amministrazione Usa, la verità dovrebbe essere che, al di là delle promesse di girare il mondo sottosopra per aiutare i rivoltosi, per ora si parla ancora di soluzioni diplomatiche. Non la pensa così Paul Adams, il corrispondente per gli affari internazionali della BBC. «Il post sui social media pubblicato martedì da Trump – dice – ha alzato notevolmente la posta in gioco. Incitare i manifestanti iraniani, esortandoli a prendere il controllo delle istituzioni e a registrare i nomi dei loro assassini e abusatori, suona come le parole di un Presidente convinto che il regime iraniano possa cadere presto. E il suo post conteneva il suggerimento più chiaro finora sul fatto che Trump sia intenzionato a intervenire direttamente: ‘L’aiuto è in arrivo’.

La diplomazia messa da parte?

Sembra che per ora, dunque, la diplomazia sia stata messa da parte. ‘Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché non cesserà l’insensata uccisione dei manifestanti’, ha scritto su Truth Social». Anche il New York Times cita la possibilità di un cambiamento di strategia ‘in corsa’ da parte degli Stati Uniti. Secondo il giornale, «un funzionario governativo iraniano ha affermato di aver visto un rapporto interno che citava almeno 3.000 morti e ha avvertito che il numero potrebbe aumentare ulteriormente. La repressione potrebbe avere ripercussioni globali, sostiene il NYT .

Mentre esplora opzioni diplomatiche con Teheran, l’Amministrazione Trump sta contemporaneamente valutando una serie di misure, tra cui possibili attacchi militari, per cercare di prevenire ulteriori uccisioni di manifestanti». «Il messaggio, diffuso prima sui social media e poi in un discorso a Detroit- scrive invece il Wall Street Journal – indica che Trump è sul punto di un nuovo intervento in Iran». E aggiunge che gli Stati del Golfo, Arabia Saudita in testa, sono nettamente contrari a questa soluzione. Temono il blocco di Hormuz. Intanto, i Paesi che fanno affari con l’Iran dovranno pagare una tariffa del 25% sugli scambi commerciali con gli Stati Uniti, ha affermato Trump. Il Presidente non ha fornito molti altri dettagli su come questa decisione verrà attuata.

Intanto sanzioni e dazi

Visto l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, economicamente parlando l’Iran ha un piede e mezzo nella fossa. Per questo l’opzione dello strangolamento commerciale, se attuata seriamente, funzionerebbe. Il problema è che ci vuole tempo, che il regime non sta dando ai manifestanti, perché gli spara addosso brutalmente.   L’inflazione ha superato tutti i record, specialmente quella alimentare, e molte famiglie non possono permettersi persino i beni di prima necessità. L’Iran ha poi un problema di produzione e trasmissione di energia elettrica, che si ripercuote sugli usi domestici e sulla operatività delle imprese. Per non parlare della cronica carenza di acqua.

La Banca Mondiale stima che l’economia subirà una contrazione per i prossimi due anni, a causa del calo nelle esportazioni di petrolio. In particolare verso la Cina. Il peso della recessione è soprattutto addebitabile alle sanzioni economiche, varate sotto la spinta dell’Occidente per la questione del nucleare e per il sostegno dato da Teheran ai gruppi militanti in Medio Oriente. Come prima rappresaglia per la violenta repressione delle manifestazioni, Trump ha imposto (senza specificare dettagli) una nuova tariffa doganale del 25%, sull’import di merci provenienti da quei Paesi che fanno affari con l’Iran. Anche in questo caso abbiamo un problema e non di poco conto: sono infatti oltre 100 i Paesi che commerciano con l’Iran. Di cui la Cina è il primo cliente, per quanto riguarda le esportazioni. I dati del Trade Data Monitor, indicano nei primi 10 mesi del 2025, che Pechino ha importato merci iraniane per 14 miliardi di dollari.  Al secondo posto abbiamo l’Iraq, con 10,5 miliardi di dollari nello stesso periodo. Al terzo gli Emirati (7,5 miliardi) e, infine, al quarto la Turchia, passata da 4,7 miliardi di dollari nel 2024 a 7,3 miliardi di dollari l’anno scorso.

Come abbiamo già scritto, restiamo scettici sulla possibilità di un significativo intervento americano in Iran, a difesa dei manifestanti e per fare collassare il regime. A parte tutte le analisi costi-benefici, che depongono contro una soluzione di questo tipo, va sottolineata la straordinaria difficoltà che presenterebbe un’attacco generalizzato. E, d’altro canto, la mancanza di qualsiasi build-up militare Usa nella regione (dove mancano i gruppi portaerei) depone per altre scelte. Trattative o bombardamenti mirati? Vedremo, in fondo si tratta di una crisi ‘in progress’.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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