Trump s’infuria, Zelensky spera, l’Europa blocca tutto

Piero Orteca su Remocontro

L’Europa (o meglio le vecchie potenze coloniali), si è messa di traverso alla pace in Ucraina. Qualche minima buona ragione, a spiegare questo atteggiamento mosso da molti interessi di bottega. Un risiko giocato contro la sicurezza di oltre mezzo miliardo di cittadini del Vecchio continente. Ieri si è riunita la Triade, dopo la sfuriata di Trump. Mentre Zelensky ha parlato e ha rivelato nuovi particolari sul Donbass. Rutte (Nato) e Merz (Germania), invece, esprimono il solito bullismo diplomatico.

Due uomini in abiti formali discutono tra di loro, uno indossa una giacca blu scuro e l'altro una giacca blu chiaro. Sullo sfondo si intravedono alcune luci e un muro testurizzato.

Zelensky rivela le novità

Il Presidente ucraino è sempre più sottoposto a violente pressioni contrastanti. Da un lato, Trump va per le spicce, esigendo risposte ultimative alle sue proposte di pace. Mentre, dall’altro, l’Europa frena disperatamente, cercando di annacquare gli sforzi della Casa Bianca, snaturando a tal punto il progetto Usa da farlo saltare definitivamente. Mercoledì sera, nel corso di una burrascosa telefonata, Trump ha preso per il bavero Macron e compagnia, maltrattandoli e dicendo loro che è stanco per il loro ostruzionismo. Messe così le cose, l’Ucraina comincia a diventare solo un falso scopo. In effetti, la retorica bellicista dell’accoppiata Nato-UE contro la Russia, come vedremo, sta crescendo smisuratamente, alimentando un artificioso clima di tensione, che sembra studiato a tavolino per creare una nuova Guerra fredda. Ieri è stata una giornata importante, nel corso della quale i “Volenterosi” (la Triade, formata da Francia, Regno Unito e Germania), con la sponda di un’Alleanza atlantica sempre più impregnata dall’estremismo europeo, hanno cercato di rallentare la corsa verso un “cessate il fuoco” vaticinato da Trump. Nel frattempo, scavalcando la retorica guerrafondaia utilizzata da Bruxelles per dichiarare la sua avversione alla “pax americana”, Zelensky ha detto due cose importanti. Innanzitutto, ha parlato della necessità di tenere libere elezioni a Kiev e poi un referendum confermativo, in relazione ai trattati eventualmente firmati con la Russia. In secondo luogo, ha specificamente discusso delle modalita riguardanti la possibile cessione di territorio ucraino nel Donbass.

Il problema? Le garanzie di sicurezza

Secondo il britannico Guardian, Trump vorrebbe che l’Ucraina creasse una Zona Economica Libera, una sorta di area-cuscinetto nelle restanti regioni del Donbass che ancora occupa. E dalle quali dovrebbe ritirarsi. “In precedenza – scrive il giornale – gli Stati Uniti avevano suggerito che l’Ucraina avrebbe dovuto cedere alla Russia le parti del Donbass che ancora controlla, ma ora Washington ha proposito una versione di compromesso in cui le truppe ucraine si ritirerebbero, ma le truppe russe non avanzerebbero in questo territorio, ha affermato Zelensky. ‘Non sanno chi governerà quest’area, che chiamano Zona Economica Libera o Zona Smilitarizzata’ , ha affermato il Presidente ucraino, parlando con i giornalisti a Kiev. Zelensky – prosegue il Guardian – ha affermato che l’Ucraina non ritiene che il piano sia equo senza la garanzia che le truppe russe non prenderanno semplicemente il controllo della Zona dopo il ritiro ucraino. ‘Se le truppe di una parte devono ritirarsi e l’altra parte rimane dove si trova, cosa tratterrà queste altre truppe? O cosa impedirà loro di travestirsi da civili e di prendere il controllo di questa Zona economica libera? È tutto molto serio. Non è detto che l’Ucraina accetterebbe, ma se si parla di un compromesso, allora deve essere un compromesso equo’, ha concluso Zelenskyy. In precedenza, gli Stati Uniti avevano suggerito che l’Ucraina avrebbe dovuto cedere alla Russia le parti del Donbass che ancora controlla, ma ora Washington ipotizza una versione di compromesso, in cui le truppe ucraine si ritirerebbero, ma le truppe russe non avanzerebbero in questo territorio, ha affermato Zelensky”.

Ma Rutte e Merz straparlano

La visita a Berlino del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, dove ha incontrato il Cancelliere Friedrich Merz, è servita se non altro ad armonizzare tempi e metodi di due noti guerrafondai, che hanno avuto finora una parte importante nell’escalation della tensione con Mosca. E tanto per non smentirsi, il meeting tra i due ha ricordato certi (tristi) vertici che si facevano con grande spocchia alla vigilia delle due Guerre mondiali. Rutte, evidentemente a suo agio nel clima da “sturmtruppen” che Merz ha saputo creare nella sua Germania, ha dichiarato che “troppi non sentono l’urgenza, troppi credono che il tempo sia dalla nostra parte”, profetizzando lo scoppio della guerra contro la Russia entro cinque anni. “Perché il Presidente Putin non si fermerà all’Ucraina”. Naturalmente, viste queste premesse, ha esortato gli alleati ad aumentare la spesa per la difesa, per scoraggiare i piani di Mosca. Prendendosi un fragoroso applauso del complesso militare-industriale, aggiungiamo noi. Ancora più tracotante, quasi provocatorio, è stato il tedesco Merz, quando ha criticato indirettamente (ma pesantemente) gli sforzi per la pace di Trump. Dopo aver sostenuto che la Germania sta facendo bene a riarmarsi ha ribadito che “non si possono fare pressioni sul Presidente Zelensky, affinché faccia concessioni che sarebbero inaccettabili per il suo popolo”.

Beh, però forse, Herr Kanzler, l’Europa sta facendo un altro tipo di pressione su Zelensky: quella di continuare la guerra fino all’ultimo ucraino. E, per far capire a tutti dove stiamo andando a parare e la differenza tra propaganda e realtà, ricordiamo che la maggioranza dei Paesi UE ha dato via libera al congelamento indefinito dei capitali bancari russi. Primo passo per erogare, sull’unghia, la stratosferica somma di 90 miliardi di euro a Kiev. Soldi che serviranno per combattere il più a lungo possibile. Alla faccia dei proclami pacifisti, di un Occidente sempre più confuso e ondivago.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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