Questa è la censura

Guendalina Middei, Professor X

CENSURATO! Lasciatemelo dire chiaro e tondo: quello che è successo in questi ultimi giorni è semplicemente SCANDALOSO! Ecco, non se avete saputo quello che è successo!

Alessandro Barbero, Luciano Canfora, uno dei più grandi storici della nostra epoca, Carlo Rovelli e Angelo D’Orsi avrebbero dovuto tenere una conferenza dal titolo «Democrazia in tempo di guerra». Ma l’incontro è stato annullato all’ultimo momento dagli organizzatori. Perché? Perché sono contrari al riarmo. E così, in un paese che trema davanti alla parola pace, li hanno accusati tutti di essere «filorussi».

Questa, amici miei, si chiama CENSURA! Vi ricordate di quando annullarono all’università le lezioni su Dostoevskii? O della vicenda di Marc Innaro, storico corrispondente della Rai a Mosca, «persuaso» ad andarsene perché in sostanza non diceva le cose che avrebbero voluto sentirsi dire? Perfino a me, nel mio piccolo, mi capita di continuo di dovermi difendere di chi mi accusa di fare propaganda soltanto perché parlo della letteratura russa (colpa imperdonabile oggigiorno) E perché sono contro la guerra!

Stroncare il dibattito. Azzerare il confronto. Spegnere sul nascere qualsiasi pensiero critico: questa è la censura. E piccola o grande che sia la censura va combattuta. Sempre! E allora sì, è davvero il caso di dirlo: massima solidarietà a Barbero, Canfora e Rovelli. Massima solidarietà a chi ha ancora il coraggio di fare domande scomode. A chi ha il fegato di dire quello che pensa e di dirlo a voce ALTA.

Sapete perché amo tanto la letteratura russa? Perché la letteratura russa, tutta la letteratura russa, nasce per un motivo: come lotta alla censura. Quel libro completamente folle che è Il maestro e Margherita non è altro che un inno al Libero Pensiero quando avere un pensiero tuo ti faceva finire in prigione. O peggio. Lo stesso si può dire del Dottor Zivago, di Arcipelago Gulag di Solženicyn, di Vita e destino di Grossman. Di Dostoevskij in carcere ci finì per davvero per aver sfidato lo zar. Perché non per bisbigliare siamo nati ma per parlare a voce alta


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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