Gaza, tutti a spartirsi i dividendi della pace

Piero Orteca su Remocontro

Bisogna riconoscerlo. Quello del ‘cessate il fuoco’ a Gaza è stato un colpaccio diplomatico di Trump. Per ora. Una ‘finestra di opportunità’ che ha saputo sfruttare. Ma il difficile comincia adesso, perché tutti gli occhi del mondo saranno puntati sulla Striscia di Gaza e, più in generale, sull’intero Medio Oriente. Che diventerà il durissimo esame per la politica estera americana, almeno nei prossimi tre anni.

Uno scontro tra ‘fondamentalismi’

Abbiamo già scritto, in diverse circostanze, che la guerra è sempre e comunque un ‘affare in perdita’. E chi la sceglie come mezzo per risolvere i conflitti, perde sempre e comunque. Anche quando sembra che abbia vinto sul campo. Insomma, i costi e gli effetti collaterali a lungo termine di uno scontro bellico, si ‘spalmano’ pesantemente su tutti i partecipanti. Esistono intere biblioteche, colme di volumi sull’economia della guerra, che convincerebbero anche il più guerrafondaio degli Statisti. Nel caso specifico, tutto è stato complicato dalla presenza immanente, anche se non sempre esplicita, della religione come elemento addizionale di scontro. Conosciamo già nei particolari il peso che hanno avuto (e hanno ancora) le Madrase islamiche nel ‘diplomare’ migliaia di seguaci tra i più ‘duri e puri’. Soldati pronti a farsi ‘martirizzare’ nella lotta contro un Occidente visto come corrotto, corruttore e neocolonialista. L’estremizzazione del conflitto a Gaza, però, è stata dovuta, in massima parte, all’approccio della risposta israeliana, dopo i massacri del 7 ottobre. Nessuno discute il fatto che sparare sui civili disarmati (come ha fatto Hamas) sia senz’altro un atto di terrorismo di massa. Ma, innegabilmente, è anche vero che, rispetto al passato, Israele è diventato nettamente più ‘fondamentalista’. Quasi sanguinario. E a Gaza è stata portata avanti una vera e propria rappresaglia senza chiare regole d’ingaggio, che si è presto trasformata in una vergognosa «caccia alle quaglie».  Perché ‘guerra’, anche sproporzionata, è quando l’altro si può difendere (come in Ucraina). E non, quando, invece fa da inerme bersaglio mentre cerca di afferrare un tozzo di pane dal camion degli aiuti.

È l’ora di far fruttare l’armistizio

Così com’era, la situazione non prometteva nulla di buono. Gli ingranaggi della diplomazia sembravano bloccati e gli ‘sherpa’ delle Cancellerie, incaricati di trovare uno straccio di soluzione, giravano a vuoto. Intanto, in politica interna, sia israeliana che americana, incombevano numeri di sondaggi preoccupanti, sia per il ‘job approval’ di Trump che per la popolarità di Netanyahu e del suo Likud. Perché, la verità, che molti osservatori non dicono, è che la vera partita mediorientale si gioca all’interno dei rispettivi Parlamenti. Netanyahu è quello che per certi versi sta peggio: il Likud cala e la sua coalizione di maggioranza è attaccata con lo scotch. Sta in piedi per un solo voto, perché i partiti ultra-religiosi sono sul piede di guerra. Rifiutano, come la peste, la coscrizione obbligatoria nell’esercito per i loro fedeli (gli haredim). E siccome si sta studiando una legge apposta, hanno già messo le mani avanti, dicendo al premier che lo lasceranno ‘affondare’. Il che significa che, senza la copertura della carica politica, Netanyahu (che è sotto processo per corruzione) potrebbe anche finire in galera. Per cui, le prossime elezioni diventano per lui una questione di vita o di morte. Sono previste per l’autunno del prossimo anno, ma già si è fatto sentire qualche vocina di corridoio che sussurrava un possibile ‘colpo di teatro’. Perché, parliamoci chiaro, la liberazione degli ostaggi è stato un colpaccio pure per lui e se le cose si dovessero mettere in un certo modo, ‘Bibi’ potrebbe tentare subito l’azzardo: sciogliere il governo e andare ad elezioni anticipate ai primi di febbraio. Questa voce ha già cominciato a circolare negli ‘ambienti che contano’ e aspetta di ricevere conferme nei prossimi giorni.

Il Presidente Usa guarda alle Mid Term

Nessuno fa niente per niente, ma in questo caso, tutti sanno che diedero la liberazione degli ostaggi c’è il bizzoso Presidente degli Stati Uniti. Ieri, alla Knesset, Trump ha ricevuto un’accoglienza trionfale e il suo discorso è stato mandato in diretta da tutte le televisioni israeliane. Ancora più impressionante è stata, domenica sera, l’oceanica manifestazione di Tel Aviv, in Piazza degli Ostaggi, dove oltre mezzo milione di persone si è riunito per esprimere la propria gioia per l’accordo raggiunto e, come si vedeva in decine di cartelli, per ringraziare il Presidente Trump. Abbiamo già scritto che l’accordo è, in sostanza, una ‘intesa all’ingrosso’, che sicuramente nel prosieguo creerà seri problemi di applicazione. Ma la verità è che per ora funziona, gli ostaggi sono stati liberati e sono tornati a casa e gli israeliani non hanno più bombardato. Sembra poco, ma per gente che soffre quotidianamente e la cui unica forza è la speranza, in effetti vuol dire tanto. Il ‘job approval’ di Trump in patria non era granché. Secondo RealClearPolitics, che fa la media degli istituti di sondaggio più importanti, lo gradiscono al 45,3%, mentre lo disapprovano al 52%. Quindi Trump ha uno spread di approvazione negativo, pari al -6,7%. Non è ancora disastroso, ma può cominciare a essere preoccupante. In particolare, perché la percentuale di approvazione del lavoro del Presidente, misura anche la sua capacità di trascinamento dei candidati che saranno presentati alle elezioni di Medio Termine, il prossimo anno, per il ricambio della Camera e del Senato. La House of Representatives dovrà rieleggere tutti i suoi 435 membri, mentre il Senato sarà rinnovato per 1/3 (33 membri). Se i Repubblicani dovessero perdere una delle due Camere del Congresso, renderebbero Trump un Presidente ‘dimezzato’. Perché i Democratici potrebbero cominciare a bloccargli tutte le leggi di spesa, indispensabili per realizzare le strategie della sua Amministrazione.

E un sondaggio già premia Trump

Un sondaggio di Issues and Insights ci rivela il peso che potrebbe avere la strategia di politica estera, adottata da Trump in Medio Oriente, sull’eventuale spostamento di flussi elettorali. «Gli sforzi in corso del Presidente Trump per riportare la pace tra Israele e il gruppo terroristico Hamas, a Gaza, sembrano aver dato i loro frutti la scorsa settimana, con un accordo per la cessazione delle ostilità e il rilascio degli ostaggi e dei prigionieri rimasti. Ma gli elettori americani sosterranno l’audace piano di Trump? La risposta è un sonoro sì, secondo l’ultimo nostro sondaggio. Dopo mesi di colloqui e pressioni, Trump è riuscito a mediare un accordo precario che potrebbe fungere da modello per futuri accordi di pace nella regione. Conoscendo le linee generali dell’accordo come presentato inizialmente, abbiamo chiesto agli elettori: ‘Sostenete o vi opponete al piano di pace di Trump per Gaza, che prevede un cessate il fuoco immediato, lo scambio di ostaggi e la ricostruzione di Gaza sotto la supervisione internazionale?’

La risposta è stata forte: il 59% ha dichiarato che avrebbe sostenuto l’accordo ‘fortemente’ (30%) o ‘abbastanza’ (29%), mentre solo il 18% si è opposto ‘fortemente’ (9%) o ‘abbastanza’. Un ampio 23% degli americani ha dichiarato di non essere sicuro».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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