Stipendi da fame

di Massimo Marnetto

I lavoratori boccheggiano con stipendi da fame. Lo dice l’Istat, lo ripete Mattarella. La precarietà è il più potente anticoncezionale esistente, perché senza uno stipendio decente e sicuro, solo dei pazzi mettono su famiglia. La depressione si misura con la crescita del lavoro nero e dei contratti a termine, ottimi per rubarti le energie degli anni migliori e poi mollarti appena diventi spremuto.

Il rinnovo dei contratti è sempre in ritardo e con adeguamenti spesso sotto il recupero dell’inflazione. L’egoismo dei ricchi sta provocando il declino, perché sempre più partiti scambiano consenso con lassismo tributario, a causa di un fisco orientato, che tosa stipendi e pensioni, ma evita controlli agli evasori sempre più coccolati e condonati. 

Così, precarietà, iposalari, evasione fiscale, riduzione dei servizi essenziali creano una circolarità depressiva, il mulinello che tira giù il Paese. La sinistra deve imparare a non piacere a tutti: deve saper rinunciare al consenso degli sfruttatori e degli evasori. La lotta per la giustizia sociale richiede la chiarezza della posizione in campo: se stai con i lavoratori, non devi cercare voti a destra, perché quelli sono i creatori di povertà.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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