Sul dissenso arcaico e poetico

Antonio Cipriani su Remocontro

Quando origina il principio del dissenso? Quando il consenso si spezza in una visione spiazzante, in un pensiero critico e controcorrente? In un tempo lungo, così la vedo. Il tempo delle radici. Il tempo in cui nutrire memoria, in cui riportare al cuore piccoli sogni, sorrisi, inciampi che sono chiusi da qualche parte in attesa di fiorire, di costruire questa strada in cui l’idea banale del consenso si spezza.

“In un tempo di ricerca del consenso (compiacimento, compiacere e dunque conformismo) la parola della filosofia è dis-senso” [Lucio Saviani].

La parola filosofica, così come la parola poetica. Quando la poesia svolge il ruolo anarchico di sabotaggio. Quando spiazza con il suo inatteso le regole di ciò che ci aspettiamo, banalmente ci aspettiamo. Quando è arcaica, fuori dalla storia. Capace di innalzare il dialogo a un tempo non banale ma sacro. Quando non dice, non dichiara, ma solleva lo sguardo. Accende una lucina, crea un inciampo. Tace, quando non si può dire.

Parliamo di trasgressione? Per fare che? Nella società dello spettacolo tutto è trasgressione, quindi niente è più conformista.

Ho in mano il libro di un monaco di Sant’Antimo, prezioso dono di due amici del cuore. David Jones scrive poesie. Con una dolcezza estrema: “Sopra una pagina una parola non invecchia, non appassisce un pensiero”. Parla delle persone che incontra, tra un canto gregoriano e una preghiera alla stella mattutina, quelle nelle “salde grinfie della morfina del frastuono”. E scrive che esiste “qualcos’altro sulla terra che l’immischiarsi, un cielo distante di pensieri non uditi, non conosciuti -aldilà di questa porta di umanità solitaria un intero cosmo si culla sopra una piccola anima dannata”.

Il monaco mette in dubbio la banalità delle cose che sembrano far parte di un dispositivo idiota. Di narcisismo minore, per sentirsi parte del gregge. Lo fa col suo amore arcaico per il divino. Per la sua fiducia che oltre il frastuono esista uno spazio spirituale in cui tacere, in cui pregare. Immagino che il giudizio della cultura di massa possa farsi beffarde risate per questo povero scemo in tonaca, per questo piccolo uomo che crede in un valore e non nella mercificazione di tutto, poesia e cultura.

Ecco, io amo quel monaco. Come le suore di clausura di Tuscania, capaci di restare un mese in silenzio e meditazione, mentre fuori i ruggenti accaparratori di profitti ululano al tempo, di fretta e di crudeltà, per raccontarci e raccontarsi che questo dispositivo sociale, politico, bellico, economico, è l’unico possibile. E che per difenderlo occorre fare guerre, per mantenerlo, come forma primaria di libertà, occorre rinunciare a tutto, alla libertà stessa, all’arte, alla bellezza, in cambio del controllo sociale.

Così va il mondo, conclude il barbiere filosofo e anarchico: mi piace quando il tuo dissenso ti porta sulle strade poco battute, arcaiche e imprevedibili della vita.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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