Una legge non ideologica

di Raniero La Valle*

Cari amici, ci sembra necessario intervenire su una questione aperta tra Camera e Senato per una norma introdotta da “Fratelli d’Italia” in merito alla legge 194 riguardante l’aborto, norma approvata dalla Camera e in attesa di conferma al Senato. Si tratta di una norma che in maniera piuttosto subdola tende a inserire gli operatori del Movimento per la Vita nei consultori a cui la legge attribuisce il compito di assistere le donne in stato di gravidanza, che per qualsiasi ragione siano in procinto di decidere se portare a termine la loro gravidanza. È una norma paradossale perché in una legge di spesa, riguardante l’impiego dei soldi che vengono dall’Europa, introduce un intervento di cui si prescrive che non deve comportare nessuna spesa. 

Ispirata alla vita delle donne

Ci sembra di dover intervenire perché quando fu scritta la legge sull’aborto nel lontano 1978, se ne ottenne l’approvazione da parte di un Parlamento fatto per metà di democristiani e di un ministro della giustizia, democristiano, che la firmò, in quanto  quella legge, innovando del tutto il dibattito in corso, era ispirata non ad una ideologia per lo più invocata dagli uomini, ma alla vita reale delle donne.

Quella legge infatti non intendeva affatto dirimere la questione di quando inizia la vita, se dal concepimento o invece più tardi, come sostenevano alcuni teologi medievale e anche la rivista dei Gesuiti francesi Ètudes, ma intendeva affrontare un problema umano e sociale che non era messo in dubbio da nessuno. La legge non era (e non è) affatto una legge che stabilisce il “diritto della donna sul proprio corpo”, ma una legge che riconosce e legifera su un mistero dell’essere quale è uscito dalle mani di Dio. 

Ora, i consultori furono introdotti nella legge 194 e con essi fu stabilito un tempo che consentisse loro di operare e alla donna di decidere, allo scopo di permettere alla donna di godere e di esercitare la sua libertà, e insieme al fine di rivendicare e riconoscere la sua dignità. Questa è la “tutela sociale della maternità” come è nel titolo della legge, che non a caso ha superato tutti i vagli referendari e di controllo di costituzionalità, ed è quella che, come dicono, ha permesso il minor numero di aborti in Europa ed è stata invidiata perfino dalla Chiesa russa. 

Un rapporto esclusivo tra madre e nascituro

Il mistero dell’essere è quello che durante la gestazione c’è un rapporto così simbiotico ed esclusivo tra la madre e il nascituro, che nessuno ci si può mettere di mezzo, né un giudice, né un ministro del culto, né un collegio di medici, né un questurino, né un militante della Vita. È un rapporto tra due esseri che Dio ha unito e che non si può dividere. Perciò è la donna, e lei sola, che lo può e lo deve “gestire”. Cioè è la sua libertà, purché sia non coartata, non resa impraticabile di fatto da ostacoli economici e sociali che, come dice l’articolo 3 della Costituzione, “è compito della Repubblica rimuovere” perché non sia impedito “il pieno sviluppo della persona umana”. 

Il rischio di un conflitto ideologico nei consultori

Ma se ora nei consultori si introducono per legge gli operatori che, sia pure con le migliori intenzioni, entrano in competizione con gli altri operatori incaricati di assistere la donna, si crea un conflitto ideologico e il consultorio diventa il teatro di uno scontro che ha come posta in gioco e come trofeo la vittoria dell’uno o dell’altro fronte, e dove sono in palio la donna e il bambino, e si distrugge il consultorio.

Un bambino proprietà e prodotto dello Stato

È una caduta del pensiero, perché da questa concezione viene che, come nel peggiore collettivismo o nei processi genocidari, quali sono quelli oggi in atto, il bambino che deve nascere non è più il dono che attraverso l’utero della donna Dio fa all’umanità, ma diventa proprietà e prodotto dello Stato o viene vissuto come una minaccia e quindi vittima designata di chi, fin dal ventre della madre, vuol impedire che nasca un futuro pretendente al suo trono (come Erode), o un futuro terrorista.

Con i più cordiali saluti,

*Chiesa di tutti chiesa dei poveri


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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