«Sfere d’influenza», prepotenza applicata in politica internazionale

Devozione in cambio di protezione. Dalla notte dei tempi vale fra gli Stati come fra gli individui. D’altra parte “influenza” è termine abbastanza generico per adattarsi, in modi e gradazioni diverse, alle relazioni umane. Ma il rapporto tra costi e benefici non è sempre favorevole al destinatario. Mentre la devozione è permanente, la protezione dall’aggressione di terzi il più delle volte è soltanto virtuale. Capita poi che questa forma di assicurazione non sia offerta ma imposta, direttamente dall’assicuratore o dalle circostanze, versione “democratica” del vecchio “protettorato”. Come quella dell’Italia – e in minor misura dell’Europa, – dagli Stati Uniti d’America dopo la seconda guerra mondiale. L’alternativa ( “ha da veni’ Baffone”, lo ricordate?) sarebbe stata peggiore. Ne sa qualcosa l’Ucraina che, come gli altri paesi dell’Europa orientale dopo la fine del comunismo, per sottrarsi alle prepotenze di Putin non trova altra soluzione che chiedere aiuto alla concorrenza. Un’alternativa migliore potrebbe offrirla il multilateralismo garantito e regolato da una Costituzione della Terra, se e quando l’evoluzione della nostra specie avrà fatto questo passo avanti nell’uso della ragione. (nandocan)

da Remocontro

«Sfere d’influenza», la lettura del mondo condizionata dalla geopolitica. Il modo in cui uno Stato impone la propria volontà su un altro. Dai tempi della ‘guerra fredda’ alla ‘modernità’ della guerra in Ucraina dove la Russia ha invaso l’Ucraina per proteggere «la propria sfera d’influenza sull’Europa dell’est». O gli interventi Usa che hanno segnato più di un secolo di regimi autoritari in America latina.

Un interessante spunto dal Post di Luca Sofri

«Sfera d’influenza», o «zona di influenza», versione facile e immediata: «la pretesa di uno stato di esercitare un potere esclusivo su un altro stato o su un territorio esterno ritenuto importante per la propria sicurezza o per i propri interessi economici». Una definizione che contiene comunque molti possibili equivoci interni, e usata spesso molto ‘liberamente’ (spesso a sproposito). Esempi molto spesso usati –mezze verità e mezze forzature-, e su cui è possibile litigare da qui all’infinito.

Quello che valeva ieri non vale più oggi

«Il termine ha una forte connotazione politica, il cui senso è cambiato nel tempo e che dipende molto da chi la pronuncia». In genere a suo comodo e convenienza. Alcuni analisti -oltre che molti governi, quello degli Stati Uniti e le istituzioni europee, ribadisce il Post- ritengono che ormai parlare di «sfere d’influenza» sia ‘obsoleto’. Lettura del mondo parziale, che guarda esclusivamente alla competizione tra gli stati e non agli aspetti economici, politici e sociali. Ma esiste un’altra lettura del mondo più alta, e nobile, e onnicomprensiva? Le relazioni tra gli Stati o le guerre.

Quel brutto personaggio di Monroe

Il termine ‘sfera d’influenza’ ha cominciato a essere molto usato a partire dal Diciannovesimo secolo, con l’espansione del colonialismo e dell’imperialismo degli Stati Uniti e dei paesi europei. Esempio chiave,  la «dottrina Monroe», dal nome del presidente statunitense James Monroe che nel 1823 proclamò che soltanto gli americani (e dunque gli Stati Uniti) potevano intervenire nel continente americano, aprendo così la strada a una lunga stagione di influenza/interferenza statunitense sull’America Latina non ancora compiutamente superata.

Gli imperi europei verso l’estinzione

A partire dalla metà dell’Ottocento i grandi paesi europei, dopo essersi scannati a colpi di ‘Casa regnante’, si spartirono le rispettive ‘sfere d’influenza’ sul continente africano (ovviamente senza chiedere niente alle persone che vi abitavano), arrivando perfino a definire una mappa in cui Francia, Regno Unito, Germania, Portogallo e Italia disegnavano ciascuno propri pezzi di territorio altrui. Furti di Stato a ’civilizzare’.

Definizione Stazzari

«Il concetto di sfera d’influenza si situa a metà tra quello di controllo diretto di un paese su un altro, che elimina la sovranità del paese che vi è sottoposto, e quello più lasco di sfera d’interesse, cioè dell’interesse generale di un paese su un altro, ma con un grado ridotto di controllo», dice Francesco Strazzari, professore di Relazioni internazionali alla Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna. «L’istituzione di una sfera d’influenza preserva la sovranità del paese che ne è sottoposto, ma vincola al controllo della grande potenza due elementi: gli interessi commerciali e la condotta della politica estera, dunque l’allineamento internazionale».

Grande, grosso ed invadente

In pratica, quando un paese stabilisce la propria sfera d’influenza su un altro (generalmente è un paese grande e ricco a farlo nei confronti di un paese più piccolo) tende a controllarne principalmente due aspetti: la politica estera, cioè le alleanze internazionali, e la politica commerciale, cioè i grossi contratti, gli investimenti esteri, le esportazioni e così via. Secondo Strazzari, il controllo di un paese grande su un paese piccolo è sclusivo: un paese sottoposto alla sfera d’influenza di un altro non può entrare in alleanze politiche e commerciali contrarie all’interesse del paese più grande.

Imposizioni post coloniali più educate

«Solitamente, quando si parla di ‘stabilire una sfera d’influenza’ non si parla quasi mai di imposizioni esplicite», precisa il Post. Dalla fine dell’epoca coloniale, nessun grande paese ha ammesso di aver stabilito una propria sfera di influenza su altri, e nessun paese piccolo ha ammesso di essere sottoposto alla sfera d’influenza di qualcun altro. La differenza tra il riconoscere un fatto e il suo esistere reale, risulta evidente a tutti. Anche per questo, è complicato capire e definire in quale grado un paese sia sotto l’influenza di un altro, perché l’esercizio di questa influenza si basa su tante cose diverse: «trattati commerciali, alleanze diplomatiche e militari, relazioni tra i leader e così via».

Esempio pratico

Sempre secondo il professor Strazzari, un ipotetico paese grande e ricco che volesse stabilire la propria sfera d’influenza su un altro dovrebbe agire anzitutto sui rapporti militari: firmare trattati di mutua difesa, stabilire basi militari e così via. Poi si dovrebbe occupare di orientare il commercio estero del paese soggetto, con trattati commerciali che stabiliscano clausole di apertura reciproca dei commerci ma che al tempo stesso mantengano un rapporto economico privilegiato, con tariffe e barriere verso l’esterno.

E di volta in volta, gli ‘amici di casa’

Infine, forti condizionamenti sulla politica interna dell’altro paese, e sostenere i partiti e i leader politici favorevoli a mantenere l’alleanza con «l’egemone». Che l’avversario strategico, cercherà in tutti i medi di scalzare. Questi condizionamenti politici si concretizzano sopratutto in politica estera: «Nelle sedi internazionali un paese nella tua sfera d’influenza, deve essere un secondo voto a tua disposizione». Politica di Potenza, ‘Realpolitik’, debolmente contrastata con frammenti di ‘Idealpolitik’ a perdere.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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