“No, non e’ la BBC, questa e’ la RAI, la RAI TV…”, basta un vecchio ritornello come questo a ricordarci che il vizietto denunciato dal Manifesto non era sconosciuto nemmeno al tempo di quel “nobile tg perduto”. Si chiama autocensura. Un peccato di omissione divenuto virtu’ riconosciuta e apprezzata dai dirigenti di qualsiasi (s)colore. Difficile far carriera altrimenti, almeno per chi si occupa(va) di politica interna. Anche i muri di via Teulada sanno che un occhio di riguardo era riservato ai partiti di governo sia al tg1 che al tg2, e al tg3 per l’opposizione. Maggiore flessibilita’ in politica estera (Remondino docet) c’e’ sempre stata, finche’ a qualcuno non fosse venuto in mente di criticare l’alleanza atlantica e le sue conseguenze. Va da se’ che dagli anni novanta in poi il Tg1 si e’ gradualmente adeguato alla nuova partitocrazia e non poteva essere altrimenti data la fedelta’ dei direttori all'”editore di riferimento”. L’espressione, manco a dirlo, e’ di Bruno Vespa.(nandocan)
da Remocontro
Un copia-incolla brutale e non autorizzato, ad esaltare la irripetibilità di affermazioni/accuse tanto bene espresse e assieme condivise da riuscire a riproporre. Già dal titolo -una delle genialità del Manifesto-, che qualcuno ha dato al pezzo di Silvia Balestra, a spiegarci come funziona la strana ‘Lingua cancellina’ in voga del Tg1 meloniano.
«Funziona così: le frasi, quando sono in forma passiva, risultano senza complemento d’agente. I palestinesi vengono bombardati, sì, ma non si dice da chi».

‘Cancellina’ a piccole dosi
È una questione di qualità. Una sfumatura, un’omissione, giorno dopo giorno, a piccole dosi. Ricorda un po’ le truffe: se ti portano via tutto assieme te ne accorgi subito, se ti sottraggono un pezzettino alla volta ci metti un po’ di più.
Alle 13,30 il più ‘cancellinato’
E allora, ogni giorno da mesi, soprattutto all’ora di pranzo, ci tocca papparci questi telegiornali del primo canale della tv pubblica, in cui il linguaggio si torce impercettibilmente e bisogna avere l’orecchio un po’ fine per accorgersene, una particolare sensibilità per le parole, per la costruzione della frase.
Nascondina, cancellina, dimentichina, sbianchettina
Al momento di parlare di ciò che accade a Gaza, si produce uno strano fenomeno: la lingua del Tg1 diventa piccolina, poverina, come fosse una lingua nascondina, cancellina, dimentichina, sbianchettina dei nomi e dei numeri.
La frasi il forma passiva, come certo giornalismo
Funziona così: le frasi, quando sono in forma passiva, risultano senza complemento d’agente. I palestinesi vengono bombardati, sì, ma non si dice da chi. E muoiono, questo sì, ma risultano appunto morti, mai «uccisi», perché se si muore ammazzati vuol dire che c’è qualcuno che ammazza, mentre lì, secondo questi servizi, visto che non si dice bene per mano di chi, si muore così, un po’ all’improvviso, nel nulla, tra bombe che cadono da sole.
Tra le strade di Haifa, la ‘città della (non) convivenza’
In effetti attorno c’è il nulla: macerie, edifici rasi al suolo (case, ospedali, scuole, musei, università), strade cancellate, spianate di nulla desertificato dall’esodo forzato. Ma chi sarà stato mai a ridurle così? Non si sa, non si dice. O meglio, certo è stata la guerra, ma così, astratta. Ci sarà un esercito, tra quella polvere, tra quegli scoppi densi di fumo, ma non si sente, non si nomina.
I nomi o i numeri dei palestinesi uccisi?
I nomi dei palestinesi uccisi, sequestrati, arrestati, qualcuno li pronuncia, li scrive, li legge, li comunica? Non al Tg1. E non solo le parole, anche le cifre per mesi sono state taciute. Guai a riferire i numeri, mostruosi, delle vittime civili perché, ti dicono altrove, vai a sapere chi li fornisce. Non importa se sono le agenzie internazionali sul posto, le organizzazioni per i diritti umani, i soccorritori a fornirli ufficialmente: no no, quelli sono «i numeri di Hamas», sostengono, quindi non si possono dire.
Le ’parole del diavolo’
E la parola genocidio, nonostante l’assedio, i proclami a togliere cibo, acqua, medicine, carburante, gli appelli contro «gli animali umani», è rimasta impronunciabile, tabù, rimossa per mesi e c’è voluta l’Aja con il «rischio genocidio»per riuscire a sentirla pronunciare.
Tg italiano pubblico, dopo la Bbc
Che strano, allora, potendo informarsi in rete e su piattaforme, vedere che all’estero non funziona così. Come stona questa lingua del Tg pubblico italiano, se sentita dopo la Bbc! È la lingua di un paese distratto e analfabeta, che assieme alle notizie ha perso i nomi, le parole, le cifre, i concetti.
Dateci un filologo (o un altro direttore)
E ci vorrebbe davvero un bravo filologo, con carta e penna, a certificare quanto ci sono e quanto ci fanno i giornalisti del nostro principale telegiornale il cui canone, come si sa, lo paga anche chi analfabeta e distratto non è. Anzi, magari conosce pure qualche altra lingua per fare confronti impietosi.
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