«Prossimo massacro, Rafah», il mondo lo sa, nessuno lo ferma

Ugo Tramballi su Remocontro

«Il mondo sarebbe un luogo migliore senza Hamas e Yahja Sinwar, il suo capo militare. Senza la fratellanza musulmana palestinese che negli anni ’90 scatenò un’ondata di terrorismo contro gli accordi di Oslo, forse oggi esisterebbe anche uno stato palestinese. Ma il mondo è un luogo complesso, è raro che le cose vadano per il verso giusto», concede ad Israele Ugo Tramballi. Slow News, riflettendo, ma senza sconti per nessuno. Soprattutto in Israele.

Forza senza pietà e senza sconti sul futuro anche di Israele

Benjamin Netanyahu garantisce che «la guerra di Gaza continuerà fino alla ‘vittoria totale’ su Hamas, ormai a portata di mano». Bisogna solo radere al suolo Rafah a Sud, al confine con l’Egitto, forse l’ultimo nascondiglio di Sinwar. È anche dove sono accampati un milione e mezzo di palestinesi fuggiti dal resto della striscia già rasa al suolo dagli israeliani: nati profughi e ora anche sfollati. Se l’offensiva avesse le stesse modalità delle precedenti, definizioni come «disastro umanitario» e «segni di genocidio», sarebbero inadeguate.

Oltre il come ‘disastro umanitario’ e i ‘segni di genocidio’

Quattro mesi dopo l’inizio della guerra è legittimo dubitare delle affermazioni del premier israeliano. L’infrastruttura militare di Hamas è indebolita ma non distrutta. Hamas non è solo un’organizzazione terroristica: ragiona con più freddezza dell’Isis e per quanto lo faccia male, governa la striscia.

Se la disperazione vince sulla speranza

Senza la speranza che finisca l’occupazione israeliana, la lotta armata gode di consenso popolare a Gaza e Cisgiordania. E’ una scelta perdente ma quando si è da mezzo secolo sotto un’occupazione sempre più brutale; quando anche un bambino che lancia una pietra è trattato come un terrorista, la disperazione prevale sulla speranza.

Ostaggi tra finalità incompatibili

I negoziatori egiziani e del Qatar continuano a cercare una tregua che permetta lo scambio fra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi. Ma i due nemici che devono accettarne le condizioni hanno finalità incompatibili. Hamas vuole la fine del conflitto che certificherebbe la sua vittoria: al movimento basta sopravvivere alla guerra per raggiungerla. A meno di un altro massacro di civili palestinesi, Netanyahu non può ottenere la sua ‘vittoria totale’. Ogni tregua, anche più vantaggiosa di quelle proposte fino ad ora, significherebbe la fine del suo governo. Gli alleati di estrema destra nazional-religiosa non vogliono liberare prigionieri palestinesi, non sono interessati agli ostaggi israeliani, intendono rioccupare Gaza e continuare la colonizzazione della Cisgiordania.

Fin che c’è guerra c’è Netanyahu

Dunque fino a che c’è la guerra c’è Netanyahu, fino a che c’è Netanyahu c’è la guerra. Il primo ministro ha già ordinato alle forze armate di preparare un «piano combinato per evacuare la popolazione (1.8 milioni di esseri umani, n.d.r.)», e distruggere i quattro battaglioni di Hamas che lui pensa si nascondano a Rafah.

Israele snaturata da troppo Netanyahu

Il consenso popolare verso Netanyahu è il più basso nei 15 anni da che esercita la carica di premier. Ma i sondaggi dicono anche che solo una minoranza di israeliani è favorevole a uno stato palestinese e a grande maggioranza l’opinione pubblica vuole continuare la guerra. Benny Ganz e Gadi Eisenkot, i due ex generali possibili alternative a Netanyahu, litigano con lui ogni giorno ma restano nel gabinetto di guerra: sanno che gli elettori non capirebbero le loro dimissioni quando ancora si combatte.

Stati Uniti tra potere e volere

L’unica forza capace d’imporre a Israele un corso diverso, sono gli Stati Uniti, decisi a criticarne i comportamenti ma riluttanti a trarne le conseguenze. Si dice che l’indecisione dipenda dalla campagna presidenziale già incominciata. Su Gaza c’è un grande interesse in America. Tuttavia dalla fine della Guerra fredda non è la politica estera che elegge un presidente. Oggi sono l’economia, la pressione migratoria, l’aborto, le relazioni razziali, la diffusione delle armi da fuoco.

Politica Usa di bottega

Storicamente i repubblicani erano anti-russi e filo-israeliani. Oggi in Campidoglio continuano ad opporsi a ogni aiuto militare a ucraini e israeliani. Non per una questione geopolitica ma per un muro ai confini del Texas.

Biden potrebbe se ne avesse il coraggio

L’amministrazione Biden sarebbe dunque libera di fare pressione su Israele, imporre un orizzonte che preveda uno stato palestinese; costruire con gli arabi moderati un Medio Oriente più stabile. Non ha molto tempo: solo fino al prossimo novembre, nel caso il cui le presidenziali le rivincesse Donald Trump.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

Scopri di più da nandocan magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere