Biden in Israele irrita tutto l’Islam e all’Onu fa votare contro la tregua

“Stati Uniti contro tutti”, scrive Orteca. Difficile conciliarlo con le parole pronunciate da Biden giovedì scorso (“la leadership americana è ciò che tiene insieme il mondo”), dopo aver unificato, sotto lo stesso titolo della minaccia al “mondo libero”, due conflitti globali assai diversi, quello che ha per teatro l’Ucraina e quello che ha per teatro Israele. Ucraina e Israele, sostiene Biden, affrontano entrambi la stessa minaccia di annientamento da parte di tiranni e terroristi. E “la storia ci ha insegnato – ha proseguito – che quando i terroristi non pagano un prezzo per il loro terrore, quando i dittatori non pagano un prezzo per la loro aggressione, causano più caos, morte e distruzione, e le minacce per l’America e il mondo continuano ad aumentare”.

“Stati Uniti per tutti”, dovremmo dire allora, perché per difendere la democrazia sono dollari e armi a fare la differenza. E questo è un punto di vista largamente condiviso dai media come dai leaders europei. Al Consiglio di sicurezza delle N.U. è accaduto diversamente ma tanto lì basta un veto. Ciò che io mi chiedo, però, è se ci sia democrazia fra le democrazie o meglio se convenga affidare alla parola di un mediocre presidente americano la rappresentanza dell’intero Occidente, anche a costo di inimicarci gran parte del pianeta. . Perché almeno in Italia è un fatto che non da oggi Nato e Usa fanno la nostra politica estera, convinti che “l’entendance suivra”, ciò che paradossalmente avviene forse più che ai tempi della guerra fredda. Al punto che un partito nazionalista come Fratelli d’Italia mostra di elevare alla massima potenza l’atlantismo dei nostri governi. E poco importa che, benché contrario all’invasione, quasi un italiano su due dichiari di non schierarsi né con la Russia né con l’Ucraina (nandocan).

Piero Orteca su Remocontro

Stati Uniti contro tutti. Al Consiglio di sicurezza Onu hanno posto il veto, per non far passare la Risoluzione per una pausa umanitaria nella crisi di Gaza. Biden ha detto che i bombardamenti devono continuare anche in presenza di una situazione sociale e sanitaria sempre più esplosiva nella Striscia. Dodici Paesi, tra cui Francia e Giappone, hanno votato a favore della tregua. Mentre il Regno Unito si è astenuto assieme alla Russia.
E l’Islam, annullati gli incontri col presidente Usa previsti in Giordania, e grazie a sue ripetute improvvide dichiarazioni, ha visto la visita di Biden in Israele come un ‘viaggio di guerra’.

America incapace padrona del mondo

Una decisione, quella della Casa Bianca all’Onu, che la isola dai suoi stessi alleati storici, e che chiarisce definitivamente il ruolo di Biden e del suo Paese in questa crisi, frutto anche della evidente e colpevole ‘disattenzione’ americana in Medio Oriente per concentrarsi solo sull’Ucraina e sulla Cina.

I ‘non dubbi’ americani (ma del resto del mondo)

Cosa cerca, veramente, Israele a Gaza? Bombarda, spesso indiscriminatamente, per recuperare il perduto senso della sua ‘sicurezza nazionale’, o vuole soltanto sfogare la sete di vendetta di tutta una nazione? La domanda sorge spontanea, visto come le forze di Gerusalemme stanno conducendo la loro massiccia offensiva aerea, prima del (prevedibile?) attacco di terra. E l’ultimo disastroso evento, l’esplosione all’ospedale di Al-Ahli, con tanto di palleggiamento di responsabilità tra israeliani e palestinesi, non fa che alimentare i dubbi e le perplessità di molti osservatori internazionali. Il sospetto è che dopo gli orrendi massacri perpetrati da Hamas, ora Netanyahu e i suoi generali, sfruttino il momento (la ‘finestra di opportunità’) per chiudere i conti, non solo con i gruppi armati, ma anche con le istanze di riscatto del popolo palestinese.

‘Noi’ e il Sud del mondo

Una scelta che, inevitabilmente, finirà per allargare il fossato che già divide l’Occidente dal Sud del pianeta, a cominciare dai ‘non allineati’. In tanto guazzabuglio diplomatico, chi è rimasto col cerino in mano sembra essere proprio Biden, arrivato a Tel Aviv in sfortunata coincidenza col bagno di sangue dell’ospedale di Al-Ahli. E ritrovatosi a dover gestire, a braccio, una tempesta mediatica che, come sempre più spesso gli capita, lo ha indotto a straparlare e a uscire dal seminato. Dire che le informazioni in suo possesso «indicano una responsabilità di quelli dell’altra squadra» (cioè i palestinesi, Ndr), in questo momento significa, semplicemente, gettare altra benzina sul fuoco. E alimentare le violente accuse, contro l’America e l’Occidente in generale, di utilizzare un ‘doppio standard’ sui diritti umani e sui crimini di guerra. Anche se il Presidente aveva informazioni della sua Intelligence (comunque tutte da verificare, come ha confermato la portavoce della Casa Bianca) gli sarebbe convenuto glissare. Non esporsi, in un momento in cui tutto l’Islam è teso come una corda di violino.

‘Pacificazione’ provocatoria

Invece, il viaggio di ‘pacificazione’ del Presidente Usa è fallito ancora prima di cominciare, perché i leader arabi più moderati non hanno voluto rischiare la faccia ad incontrare quello che le loro masse percepiscono come un nemico e basta. Così, la narrazione dei fatti cambia totalmente. Significa che l’Islam ha visto la visita di Biden come un ‘viaggio di guerra’. Un’ulteriore sfida rivolta a tutto ciò che, nel mondo, non ha le stimmate dell’Occidente. Perché, badate bene, il discorso non si ferma solo alla Palestina e a Israele, ma abbraccia tutte le aree di crisi planetarie. Si, è vero, Biden ha stanziato 100 milioni di dollari (caramelle) per i palestinesi e ha ottenuto la parziale apertura, per i rifornimenti, del collo di bottiglia di Rafah. Ma, sostanzialmente, la sua comparsata è stata percepita, dai ‘non occidentali’, per quello che era: un atto di prepotenza, per ricordare al mondo chi è il capoclasse.

E poi, al di là delle imbeccate che ha avuto, mentre ancora le indagini sono in corso, Biden avrebbe potuto risparmiarsi dichiarazioni incendiarie, evitando di schierarsi, pregiudizialmente, a peso morto.

Imprudenze ‘ammaestrate’

Chi conosce la storia militare, sa benissimo (e lo sanno anche gli adviser di Biden) che sono possibili errori da ‘miscalculation’, anche se tutte le altre ipotesi sono aperte e restano sul tappeto. Noi, molto più dubbiosi e privi di verità ‘rivelate’, ci affidiamo, a quello che scrive il Wall Street Journal. «L’esplosione all’ospedale Al-Ahli è avvenuta dopo 24 ore di bombardamenti intensi da parte di aerei da guerra israeliani su Gaza – dice un articolo del WSJ – e secondo un rapporto dell’Onu, le strutture usate come rifugi di emergenza erano già state colpite da altri attacchi aerei». E per dare un’idea del clima di autentico terrore che vive la popolazione palestinese, inerme, a Gaza, in queste ore, lo stesso giornale americano così prosegue: «Israele aveva chiesto l’evacuazione di più di 20 ospedali, cosa che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, avrebbe peggiorato la catastrofe umanitaria nel Paese. Prima dell’attacco di martedì, l’OMS aveva documentato 48 attacchi contro strutture sanitarie a Gaza, con conseguenti danni a sei ospedali».

Le autorità sanitarie internazionali hanno detto che era ‘semplicemente impossibile’ eseguire l’ordine di sgombero imposto dall’esercito di Gerusalemme.

La disumanità dell’impossibile

«Secondo i medici – scrive sempre il Wall Street Journal – non ci sono abbastanza letti, negli ospedali del sud della Striscia, per accogliere i pazienti da trasferire. Molti, inoltre, non possono essere trasportati su strade danneggiate o bloccate dai detriti provocati da giorni di bombardamenti israeliani. In particolare, i neonati nelle incubatrici o i pazienti attaccati ai ventilatori artificiali». Il report del WSJ ha anche citato il direttore del vicino ospedale Al-Shifa, dove sono stati trasportati i feriti di Al-Ahli. Abu Salmya ha dichiarato che è stato dato soccorso «a circa 6 mila persone», compresi i feriti in arrivo dal luogo dell’esplosione, che avrebbe fatto oltre 470 morti. Tutti, dicono gli israeliani, provocati da un unico razzo della Jihad Islamica esploso per errore (un super razzo per tanto danno. Ndr). Hamas ribalta le accuse, sostenendo la tesi dell’attacco aereo. Certo, il contesto, poi, complica qualsiasi pretesa di ‘verità’.

Nazioni Unite

Fonti internazionali, come quelle delle Agenzie delle Nazioni Unite, riferiscono, ad esempio, di pesanti attacchi israeliani contro una scuola, dove avevano trovato rifugio ben 4 mila persone. Nella struttura, gestita dall’UNRWA, sono rimasti uccisi sei palestinesi, mentre i feriti si contano a dozzine. Come dicevamo, è presto per attribuire al 100% le colpe del massacro di Al-Ahli, ma forse è già tardi per pararne gli effetti, non tanto e non solo militari, quanto, piuttosto, diplomatici. Quelli sono già devastanti. L’attacco terroristico di Hamas ha fatto 1400 morti israeliani e 250 ostaggi circa, compresi i 50 nelle mani della Jihad Islamica. Il contrattacco di Gerusalemme, che finora ha colpito a tappeto solo dall’aria, ha provocato, al momento attuale, la morte di 3500 palestinesi. Il problema, si chiede il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, è: quanto durerà la ‘licenza di scatenarsi‘, concessa da Biden e dall’Europa agli israeliani?

Quello che ci chiediamo noi, fermi restando tutti i diritti del popolo ebraico di esistere e di prosperare è, invece: ma c’è ancora qualcuno, nella cupola del potere che domina l’Occidente, capace di preoccuparsi delle sorti della Palestina?


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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