Dopo lunga malattia

L’ONU è morta, scrive oggi Massimo, il titolo al pezzo l’ho aggiunto io. La causa di morte era presente già alla sua nascita, col diritto di veto attribuito alle grandi potenze che l’hanno fondata. Raniero La Valle e tutti noi di Costituente Terra continuiamo ad essere convinti che la soluzione ci sia ma ci sarà solo il giorno in cui avverrà anche tra i popoli e gli Stati quel riconoscimento reciproco dei diritti di ognuno con l’abbandono delle logiche di dominio purtroppo ancora in vigore. Una costituzione per la Terra. Per ora mi pare che il mondo stia marciando decisamente in direzione opposta e il ruolo delle Nazioni Unite sembra ridotto a quello di un palcoscenico per il dispetto nei confronti dell’avversario.

Si legge oggi sul Manifesto che durante l’Assemblea Generale i telefonini sono stati trasformati in nuovi strumenti “diplomatici” per ignorare gli oppositori. Ieri l’ambasciatore russo si è concentrato sul suo mentre parlava Zelenskyj e l’ambasciatore ucraino ha fatto lo stesso mentre parlava il ministro degli esteri russo. Il giorno prima l’inviato russo lo aveva fatto durante il discorso di Zelensky e nella stessa circostanza il ministro degli Esteri iraniano era stato ripreso mentre guardava una partita di calcio sul telefono”. (nandocan)

di Massimo Marnetto

L’ONU è morta, ma nessuno ha il coraggio di constatarne il decesso. Le sedie vuote dell’ultima sessione danno il polso dell’irrilevanza che ormai grava sul consesso mondiale deputato a prevenire le guerre. Non ha funzionato la guida delle nazioni vincitrici del secondo conflitto mondiale. Dopo numerose manifestazioni d’impotenza, dovute per lo più dal diritto di veto dei membri permanenti, ormai si è diffusa la certezza che al Palazzo di Vetro si perda tempo. 

”Mai più guerre” fu il principio che la fece nascere dopo le macerie della seconda guerra mondiale, lo sterminio degli ebrei e la consapevolezza della distruzione atomica. Ora invece le grandi potenze si stanno stufando della pace: grandi masse votano i politici dionisiaci, che parlano di grandezza e gli arsenali tornano a riempirsi. Fermiamoci. Rilanciamo l’ONU con procedure più snelle e cessione di quote importanti di sovranità nazionali per renderla utile. La pace ha bisogno di un luogo per bilanciare le egemonie e curare le ingiustizie. Presto.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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