Niger, ‘un disastro iniziato in Libia’, e l’intervento militare può attendere

da Remocontro

Scaduto l’ultimatum lanciato alla giunta militare del Niger, la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao) ha deciso di convocare un nuovo vertice il 10 agosto per decidere il da farsi. Il Niger chiude lo spazio aereo e invia rinforzi alle frontiere con Nigeria e Benin. Air France ha sospeso i suoi voli da e per Niamey.
Nella base aerea alla periferia della capitale restano circa 300 soldati italiani, dopo che domenica ne sono rientrati 65. Dalla Difesa: «non c’è ostilità nei loro confronti». Dalla Farnesina, «prolungare l’ultimatum».
‘Una storia sbagliata, che improvvisamente si addensa sulla capitale del Niger Niamey, dove sono di stanza tremila soldati Nato e americani, evocando i fantasmi della caduta di Kabul nel 2021’, un severo Alberto Negri sul Manifesto.

In Niger un disastro che è iniziato in Libia

Scaduto l’ultimatum lanciato dopo il golpe del 26 luglio scorso che ha deposto il presidente Mohamed Bazoum, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale si era detta pronta a intervenire militarmente ma in attesa di una comunicazione ufficiale, secondo fonti militari riferite dal Wall Street Journal, per ora l’organizzazione degli stati africani non avrebbe ancora «la forza necessaria per partecipare a una simile operazione militare».

Soldati occidentali ostaggio

La questione è evidente: con una base Usa di droni nel Nord e 1.100 soldati americani sul terreno (i francesi sono 1500, gli italiani 340 circa) la Casa Bianca, nonostante la solidarietà espressa a Bazoum, teme che un intervento militare mal riuscito possa risolversi in un disastro. E in Africa americani ed europei di disastri ne hanno già combinati a sufficienza. Sono stati i loro errori che hanno lasciato spazio a russi, cinesi, turchi: queste potenze fanno esattamente il lavoro che facevamo noi un tempo, rafforzano chi è al potere e sfruttano le risorse minerarie e umane.

Scuola militare occidentale

Il paradosso è che molte delle élite militari oggi in sella le abbiamo armate e addestrate nelle scuole militari di Francia e Stati uniti. Come sottolineava Marco Boccitto sul manifesto del 5 agosto anche in Niger i militari golpisti hanno ricevuto dall’Occidente la loro «educazione sentimentale». Gli stessi militari italiani – sulla cui sorte ci rassicura il ministro della difesa Crosetto – sono a Niamey per addestrare i nigerini.

La fine della Libia di Gheddafi

Tutto comincia con la fine della Libia di Gheddafi nel 2011, iniziata con l’intervento francese, britannico e americano diventato poi Nato. Era lui il ‘guardiano’ delle coste del Mediterraneo e del Sahel. Un dittatore detestabile ma che teneva in piedi il Sahel: dal Mali al Niger, i dinari libici oliavano i regimi e tenevano in piedi confini di sabbia. Sia l’Unione africana che il presidente del Niger Issoufou Mahamoud avevano messo in guardia l’Occidente dall’attaccare la Libia. Ma chi li ha ascoltati? Nessuno si è preoccupato seriamente di frenare la deriva dei confini.

Dopo la storia è nota: con la disgregazione della Libia avanzano ovunque i gruppi jihadisti, da Al Qaeda all’Isis, e i movimenti irredentisti.

Frontiere irreali disegnate sulla sabbia

Le frontiere che vediamo oggi disegnate sulle mappe sono più virtuali che reali, in particolare quelle nel triangolo tra NigerMali e Burkina Faso. I francesi nel 2022 fanno le valigie e mettono fine all’operazione Barkhane ripiegando dal Mali al Niger, a loro posto a Bamako arrivano nuovi generali al potere e i russi della Wagner: che, è bene sottolinearlo, non riscuotono un così grande successo ma agli occhi di chi è al potere hanno una verginità coloniale e non chiedono alcun rispetto dei diritti umani e politici.

Noi Europa e i Paesi africani

Del resto che rispetto abbiamo noi dei Paesi africani? Siamo qui a spingere perché diventino i guardiani delle nostre frontiere, cosa che non piace a nessuno, come ha ribadito più volte il presidente tunisino Saied, criticabilissimo per le sue espressioni razziste sui migranti ma con le spalle al muro per la crisi economica e finanziaria di un Paese che sta affondando.

Sahel del sopravvivere senza frontiere

Non sono crollate solo le frontiere del Sahel. A Ras Jedir, confine tra Libia e Tunisia ormai fuori controllo, c’è un giro d’affari di contrabbando per 500 milioni di dollari l’anno: il carburante arriva dalla Libia, dove il costo è sostenuto all’80% dallo stato, passa l’alcol dall’Algeria, l’hashish dal Marocco, poi frutta, verdura elettrodomestici e, naturalmente, esseri umani in mano ai trafficanti. Un’intera regione dell’Africa del Nord ma anche sotto, nel Sahel, vive di traffici illeciti. E come farebbe altrimenti a sopravvivere la Tunisia?

Con la fine di Gheddafi Tunisi ha perso 350mila posti di lavoro in Libia che sostenevano l’economia mentre con le “primavere arabe” settemila tunisini si arruolavano con i jihadisti per la guerra in Siria. Oggi Assad è stato riammesso nel grembo del mondo arabo e loro sono tornati in un Paese che non riesce a dare lavoro e pane a nessuno. Non si può pensare che rivolgimenti del genere non abbiano conseguenze.

L’Algeria e l’invisibile ‘Piano Mattei’

L’Africa sulla questione dell’intervento in Niger è divisa. Dal Maghreb all’Ovest del continente si levano voci discordanti. Il blocco degli interventisti è guidato dalla Nigeria, 215 milioni di abitanti, con l’esercito più forte della regione e un’economia predominante. Contrari sono i Paesi dei “nuovi golpisti” come Mali e Burkina Faso. Ma anche l’Algeria, che non fa parte di Ecowas, è una potenza assai influente. “Senza di noi in Niger non ci sarà una soluzione”, ha ammonito il presidente Tabboune.

A Roma devono aprire le orecchie visto che Algeri è il nostro maggiore fornitore di gas e il perno di quel Piano Mattei che nessuno ha ancora visto. Come l’araba fenice di Metastasio, «che ci sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa».


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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