Marnetto in Val d’Aosta

Grazie, Massimo, per questo gradevole diario di viaggio, buon proseguimento! (nandocan)

Risalendo il fiume Lys (o Lis), attraverso il piccolo paese Gressoney-La-Trinité, un gioiellino di strade pulite, fioriere colorate, attorniate da case con tetti, muri e prati perfetti. Penso che questa estetica collettiva possa essere frutto solo di quella civiltà del coabitare che fa sentire responsabili le persone anche di ciò che è oltre il proprio uscio. Ci sono molti viandanti con cani felici di correre e bambini che si buttano negli scivoli o saltano nelle reti degli spazi giochi.

Un uomo maturo si dedica con pazienza e sorrisi alla moglie visibilmente colpita nella salute su una sedie a rotelle. E’ una scena dolcissima d’amore nonostante i guai che possono abbattersi su una coppia, che mi colpisce. Passa una famigliola di ciclisti fuoristrada che seguono il padre sbuffando, forse l’unico a divertirsi. In alto, vedo il ghiacciaio del Monte Rosa. Lo fisso mentre riprendo fiato e bevo dalla borraccia con la sensazione di qualcosa che sparirà presto. 

Il rumore del Lys è piacevole, con l’acqua che scende scherzando con onde e vortici con i massi indifferenti. C’è un labrador che salta e corre nel fiume incurante del gelo, che poi esplode di schizzi quando si scrolla il pelo. Un gruppo di anziani cammina usando le bacchette. Li ammiro per la loro tenacia e l’armonia con cui convivono con i limiti nel deambulare. 

In questa escursione, tutto mi pare un elogio alla semplicità, alla natura, all’autenticità, Nessuno spreca energie per apparire più di quanto sia. Ognuno fa la sua esperienza come può e gode di quello che ha intorno, senza cercare eccessi, né ammirazione. Tra tutti noi in cammino è come se vigesse un patto di sobrietà, per donarci il silenzio e lasciar parlare solo la natura. Questo clima di immersione e rispetto mi piace molto. E penso che sia il motivo per cui in montagna incontro spesso persone cordiali ed essenziali.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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