Reader’s – 17 giugno 2023 – rassegna web di nandocan magazine


C’è qualcosa che non convince in questa disputa sul reato di “abuso d’ufficio”. Perché sul fatto che vi possano essere e in realtà vi siano abusi nella P.A. non possono esservi dubbi, anche se sui giornali lo si legge raramente, ma che in pratica questi vengano perseguiti o anche scoraggiati da una norma penale non è affatto sicuro. A confermarlo è oggi l’ex presidente della regione Toscana Enrico Rossi nell’articolo che segue.

La paura della firma

di Enrico Rossi

Ora che non c’è più Berlusconi, nessuno può sostenere che le riforme della giustizia siano fatte per tutelare i suoi interessi, come purtroppo altre volte si è sospettato che accadesse.
Io non sono in grado di giudicare il merito tecnico delle proposte avanzate dal governo sull’abuso d’ufficio e sulle intercettazioni, ma è evidente da tempo che su queste materie qualcosa non funziona.

Dei 5400 provvedimenti per abuso d’ufficio avviati nel 2021, generalmente, leggo su ‘il manifesto’, il 95 viene regolarmente archiviato. Dei rimanenti, una parte finisce con i patteggiamenti, un’altra con le assoluzioni e altre in prescrizioni.
Le condanne, rispetto alla mole di lavoro a cui, per l’obbligatorietà dell’azione penale deve sottoporsi la magistratura, sono veramente ridicole numericamente e non contribuiscono certo alla credibilità degli organi inquirenti, che in questo modo vengono anche distolti dal perseguire altri e ben più gravi reati.

Inoltre, le intercettazioni, pubblicate per intero prima del rinvio a giudizio, vanificano il significato dell’avviso di garanzia che dovrebbe tutelare l’indagato, coinvolgono persone estranee ai fatti contestati e sono ormai diventate uno strumento del corto circuito mediatico-giudiziario barbaramente utilizzato per “giustiziare” questa o quella persona, prima di ogni ragionevole prova.
Il combinato disposto dell’abuso di ufficio e delle intercettazioni rappresenta quindi una spada di Damocle sul lavoro e sulla vita di chiunque svolga funzioni pubbliche.

Se non fai non sbagli

Non sono solo i sindaci e gli assessori ma anche tutti gli impiegati e i funzionari, compreso medici, professori, poliziotti, vigili e tutti gli incaricati di pubblico ufficio.
Questo produce quella “paura della firma” che rallenta o addirittura blocca la burocrazia e incrementa quell’atteggiamento difensivo del non fare e non intraprendere perché, semplicemente, se non fai non sbagli.
Non risulta infatti che nessuno sia stato finora indagato per abuso d’ufficio per non avere apposto una firma o non avere rispettato una scadenza.

Fare opposizione contro un governo non significa dire sempre di no automaticamente alle sue proposte quando esse toccano un problema reale ed è possibile intervenire per migliorarle o presentarne altre sullo stesso tema, magari più giuste ed efficaci. La “montagna” Nordio, fortemente voluta da Meloni, sembra infatti aver prodotto un provvedimento parziale che non tocca ancora i mali profondi che minano la giustizia italiana e ne distruggono la credibilità.

La lungaggine dei processi

Primo tra tutti, la lungaggine dei processi che umilia e distrugge la vita a tante persone “normali” e in altri casi a chi è potente e può pagare buoni avvocati può servire ad evitare il giudizio finale per reati ben più gravi dell’abuso d’ufficio. È proprio questo ciò che è accaduto a Berlusconi e a tanti come lui per tanti processi..

In conclusione, riformare l’abuso d’ufficio e la pubblicazione delle intercettazioni a me paiono provvedimenti di civiltà e dovrebbero essere solo l’inizio di altre riforme della giustizia, come sostengono molti sindaci e amministratori anche del PD.


Naufragio in Grecia, prime ammissioni di colpa. E in Africa gli schiavisti governativi

da Remocontro

Il precario castello delle ricostruzioni autoassolutorie di Atene. Ultima versione: «Circa tre ore prima dell’affondamento, una motovedetta della Guardia costiera greca si è avvicinata al peschereccio e ha lanciato una corda per accertarsi delle condizioni della nave e dei suoi occupanti». La ‘cima’ del ribaltamento assassino del peschereccio sovraccarico?

La nuova tratta degli schiavi, tariffe e organizzatori, sempre governativi e sempre corrotti

Una manovra azzardata

Accenni di verità a fare crollare il precario castello delle ricostruzioni diffuse fino a ieri da Atene, segnala Elena Kanadiakis, da Kalamata, sul Manifesto. Il peschereccio dell’ecatombe prima abbordato della Guardia costiera e poi, dopo la sua scelta di continuare la navigazione, tenuto sotto osservazione a distanza della motovedetta greca, sino al momento del naufragio, la versione ufficiale smentita dai sopravvissuti, 78, contro gli almeno 600 affogati. Il racconto del tentativo della Guardia costiera di trainare con una cima il peschereccio rimasto con il motore fuori uso. Intervento maldestro che avrebbe provocato il ribaltamento della imbarcazione, provocando la morte immediata delle centinaia di persone, in gran parte bambini, stipate sotto coperta.

La corda dell’affondamento che lega la verità

Fino a ieri il portavoce della Guardia costiera aveva smentito la ricostruzione, sostenendo che delle corde potevano semmai essere state lanciate da alcune navi cargo per rifornire di viveri i naufraghi. Poi il primo ripensamento governativo: «Una corda è stata lanciata per avvicinare il peschereccio e vedere se i migranti volevano aiuto, ma loro hanno rifiutato».Poche ore dopo, il comunicato della Guardia costiera con la terza verità. E ora Atene prende tempo. «Stabilire le circostanze e le cause del fatale rovesciamento richiede un’indagine approfondita e complesse valutazioni tecniche». Già un accenno di ammissione: ‘fatale rovesciamento’ provocato come e da chi?

Sopravvissuti isolati dalla stampa

Dal magazzino del porto di Kalamata nel centro di accoglienza di Malakasa, a nord di Atene, sotto attenta vigilanza di polizia impegnata a prevenire ogni contatto con i giornalisti. «I sopravvissuti insistono sul fatto che a bordo dell’imbarcazione c’erano 700-750 persone: non si sa quante donne e bambini si trovassero nella stiva della nave, ma, secondo le testimonianze, al momento dell’incidente molte donne e bambini stavano dormendo», sostengono le Ong greche. Tra i passeggeri, almeno 120 sarebbero siriani.

4-6mila euro per morire affogati

Possibili colpe per imperizia di chi doveva soccorrere, ma sempre i guadagni milionari per le organizzazioni criminali. Tra i 4.000 e i 6.000 euro il prezzo pagato dai migranti naufragati in Grecia. Sarita Fratini ci spiega che le cifre variano a seconda delle rotte, della grandezza dell’imbarcazione e del costo dei guardiacoste locali da corrompere. Nella Libia occidentale gli organizzatori incassano dagli 800 ai 1500 euro a passeggero. Spese: l’imbarcazione, che farà un viaggio di sola andata, e il pagamento della cosiddetta ‘guardia costiera libica’. Costi che non superano mai i cinquemila euro. Tutto il resto è guadagno. In un gommone imbarcano circa 100 persone, ricavo tra 80-150 mila euro. In alcune barche di legno, salgono anche duecento persone, che fruttano dai 200 ai 300 mila euro.

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Sesso e consenso

di Giovanni Lamagna

Nel sesso tutto è moralmente (oltre che giuridicamente) lecito, se incontra il consenso libero dell’altro/a e se non offende la sensibilità, il “senso del pudore” di terzi. Sono leciti tutti i desideri, tutte le fantasie, tutte le parole, tutte le posizioni, tutte le situazioni, perfino quelle che una volta la psichiatria giudicava “perversioni”.

Dal momento che – come ci hanno insegnato Freud e la psicoanalisi, rivoluzionando la psichiatria classica – la sessualità umana, al contrario di quella bestiale, è per sua natura “perversa e polimorfa”. Nel senso che l’uomo riesce, quando vuole, a separarla (perciò, “perversa”) dal suo scopo biologico primario, quello della procreazione, ed è capace di viverla nelle forme più varie e diverse (perciò, “polimorfa”).

Ovviamente per consenso libero si intende un consenso non comprato, non ricevuto per circonvenzione d’incapace, né, tantomeno, estorto con la violenza fisica o morale.

Ogni riferimento a Silvio Berlusconi (pace all’anima sua!) è puramente casuale; anche se la sua morte recente mi ha dato lo spunto per questa riflessione.


L’ossessione della purezza

di Massimo Marnetto

Sono a Siracusa anche quest’anno, per vedere sabato al teatro greco la Pace di Aristofane. Oggi intanto sono andato a visitare le vasche rituali degli ebrei (Miqwè). “Qui – dice la guida – c’era una grande comunità ebraica, fino alla fine del 1400, quando iniziò la persecuzione degli occupanti spagnoli”. Scendiamo per scale appena illuminate, con gradini viscidi d’umidità e levigati dai secoli.

”Gli ebrei hanno vari momenti in cui si dovevano purificare, immergendosi nudi in acqua pura, cioè proveniente direttamente dalla terra (fonte) o dal cielo (piovana). Quella che vedete zampillare in questa vasca viene dalla stessa falda della fonte Aretusa, una delle pochissime a sgorgare in riva al mare”.

Chiedo quali erano le occasioni per le purificazioni. ”Alla nascita, prima del matrimonio e per le donne, dopo ogni mestruazione. Ma si dovevano purificare anche le stoviglie, in occasione del loro primo uso”.

Penso all’ossessione della purezza, che ha affaticato i fedeli di molte religioni. Il dato antropologico ricorrente è che gli esseri umani vengono educati a sentirsi sporchi di fronte alla divinità. Non credo che un dio richieda tutta questa igiene; penso piuttosto che la classe sacerdotale abbia sempre inculcato in tutte le culture paura e inadeguatezza nei seguaci, per esaltare il proprio ruolo.


Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.

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