“Potremmo immaginare un sistema in cui da una parte i rappresentanti dei dipendenti avrebbero il 50% dei voti in tutte le imprese, comprese le più piccole, dall’altra la quota dei diritti di voto detenuta dal singolo azionista (del 50% dei diritti di voto riservati agli azionisti) non possa, nelle aziende abbastanza importanti, superare una certa soglia”.
* Di questo libro ho pensato di proporre gradualmente sul blog, a scopo divulgativo, i brani che ritengo più significativi. La pandemia come la crisi politica, economica e ambientale che l’ha preceduta e accompagnata fanno oggi dell’ingiustizia sociale il problema più scottante per l’umanità. Nella sua “breve storia”, di cui raccomando la lettura integrale, Piketty scrive che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.
**Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.
Il capitalismo non ha nulla di naturale
Nelle società per azioni sono gli azionisti o disporre legalmente dell’intero potere, con diritti di voto proporzionali al numero di azioni detenute. Potremmo dire che il senso del capitalismo sta tutto qui, ma il fatto è che si tratta di un dispositivo istituzionale specifico, che non ha nulla di naturale e si è imposto solo gradualmente, nel quadro di circostanze e rapporti di forza specifici.
In teoria, sono concepibili norme affatto diverse. Niente, per esempio, garantisce che gli azionisti abbiano più competenze del salariato aziendale per poter dirigere l’azienda, né che, a lungo termine, siano più coinvolti nel progetto economico che la stessa azienda porta avanti.
Il sistema detto di “cogestione”
In Germania, il sistema detto di “cogestione” (chiamato pure “codeterminazione”) consiste nella ripartizione dei seggi negli organi che dirigono le imprese (consiglio di amministrazione o di vigilanza) nella proporzione 50-50 tra i rappresentanti dei dipendenti e degli azionisti il sistema fu introdotto nel 1951 nei settori dell’acciaio e del carbone, poi esteso nel 1952 all’intero complesso delle grandi aziende (senza distinzione di settori).
Dispositivi analoghi vennero adottati in Austria, Svezia, Danimarca, Norvegia, dove le norme vengono applicate anche alle piccole e medie imprese. La cogestione risulta invece poco estesa al di fuori dell’Europa germanica e nordica.
La proprietà come un diritto assoluto e naturale
Viceversa, parecchi paesi tra cui la Francia hanno mantenuto, nei loro testi di riferimento, una definizione della proprietà vista come un diritto assoluto e naturale, quello formulato alla fine del XVIII secolo, per cui l’adozione di norme di cogestione alla tedesca, senza una revisione costituzionale, avrebbe avuto forti possibilità di essere contestata davanti ai giudici.
Il socialismo partecipativo e la condivisione del potere
Potremmo immaginare un sistema in cui da una parte i rappresentanti dei dipendenti avrebbero il 50% dei voti in tutte le imprese, comprese le più piccole, dall’altra la quota dei diritti di voto detenuta dal singolo azionista(del 50% dei diritti di voto riservati agli azionisti) non possa, nelle aziende abbastanza importanti, superare una certa soglia.
Il sistema di “socialismo partecipativo” qui descritto ha un unico obiettivo: quello di illustrare l’enorme diversità dei sistemi economici possibili. Sulla base delle esperienze storiche di cui disponiamo, è evidente che l’adozione di un tale sistema esigerebbe una fortissima mobilitazione popolare.
A parte la questione della cogestione, va ripensato a livello europeo e transnazionale il complesso dei diritti sindacali, agevolando l’adesione e la partecipazione dei dipendenti.
(continua con :12. La grande redistribuzione”, 1914-1980)
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Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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