Se neppure crisi pericolose come questa, a due passi da casa nostra, riescono a convincere popoli e Stati europei a condividere una parte della loro sovranità con l’Unione, quel tanto che basta a rappresentare una sola voce, autorevole e indipendente, capace non solo di invocare moderazione, come oggi penosamente si limita a fare, ma di contribuire ad imporla prendendo decisamente le distanze da una politica mediorientale irresponsabile come quella di Donald Trump, allora temo che per l’Europa il passaggio dal ruolo di spettatore impotente a quello di vittima sarà ben presto un passaggio obbligato (nandocan).
***di Massimo Marnetto, 4 gennaio 2020 –La crisi internazionale innescata dall’assassinio di Qassim Soleimani trova l’Europa ancora divisa. La colpa è dei paesi membri, che non vogliono cedere la sovranità necessaria a fare della UE un unico e rilevante attore globale, per la gestione delle tensioni internazionali. Diffidenze reciproche, interessi (petroliferi in primis) discordanti e rigurgiti neo-nazionalisti fanno da anticoagulante politico del Vecchio Continente, rendendo la discordanza delle sue voci una cacofonia anacronistica.
Eppure, il tema di una posizione unica europea è urgente. Tanto più per l’atteggiamento aggressivo di Trump, ormai apertamente motivato dall’esigenza di distogliere la pressione dei media dal suo impeachment per dirottarla all’estero. Magari con una rappresaglia sciita nel bel mezzo della campagna elettorale, che serri i ranghi della nazione e rovesci i ruoli degli americani, da aggressori ad aggrediti, per rieleggerlo come Comandante in Capo, difensore della patria.
E l’Italia? Emette un flebile richiamo alla moderazione, in perfetta assonanza con la sua tradizionale linea di equidistanza, molto condizionata da un pacifismo mercantile; con un occhio puntato alla prudenza e l’altro ben aperto sulla committenza.
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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