La Russia si mostra in Siria per comunicare a Usa e Onu che lei non ci sta ad una Libia bis. Una lezione, quella dell’infelice spedizione contro Gheddafi, che Europa e Occidente sembrano non avere ancora compreso. O almeno danno motivo di dubitarne. Per i governi, come anche purtroppo per gran parte dei media, la facile suggestione dell’intervento armato, diretto o indiretto, rappresenta da sempre una scorciatoia per sfuggire alla complessità del groviglio mediorientale. Dal quale – è sempre più evidente – non si esce invece senza una soluzione politica concordata tra le grandi e medie potenze. Ma una trattativa a carte scoperte farebbe emergere interessi ed alleanze inconfessabili, costringerebbe a rivelare una volontà di potenza che si preferisce lasciare nascosta dietro il muro della retorica e della propaganda. Così si continua a navigare a vista. E alla fragilità e alla volatilità delle prese di posizione dei governi corrispondono pigramente fragilità e volatilità nell’attenzione dei media come, di conseguenza, nelle reazioni dell’opinione pubblica. E il groviglio si allarga (nandocan).
***di Ennio Remondino, 11 settembre 2015 – L’ONU dell’evanescente Ban Ki-moon insiste ancora nei negoziati in Libia a cui nessuno dà ormai credito. Tutta l’attenzione politico giornalistica sulla Siria e sulla ‘rotta balcanica’ , a cancellare dalle prime pagine e dalla attenzioni-esecrazioni i ‘troppo ripetitivi’ naufragi e soccorsi nella fossa comune del Canale di Sicilia. Eppure, non solo quel macello continua, ma aumenta addirittura il numero di morti in Libia. Le ultime vittime sono tutti bambini, uccisi dall’esplosione di una mina in una scuola vicino a Bengasi. Cinque i morti e sei i feriti gravi, senza la possibilità di sapere se è terrorismo alla massima crudeltà o una delle conseguenze della guerra infinita.
Ma la Libia comunque ci aspetta. Neppure l’orrore – sentimento che forse si sta esaurendo in quel macello – sta sollecitando soluzioni politiche. L’United Nations Support Mission in Libya parla da un bel po’ di tempo di una ‘vigilia’ delle trattative per la formazione di un governo ‘di unità nazionale’. Ma nessuno ci crede. In Libia non ci sono solo i fronti armati a moltiplicarsi ma anche degli infruttuosi – se non inutili – salotti diplomatici e di improbabili mediatori. E resta l’incomprensibile ottimismo dell’inviato ONU, Bernardino Leon, secondo il quale una soluzione è ormai prossima. Le visioni di Bernardino?
I governi avversari di Tripoli e Tobruk, arrivati alla quinta bozza d’accordo, non sembrano disposti ad alcun compromesso. Soprattutto i rappresentanti del Congresso Nazionale Generale, CNG, il parlamento islamista di Tripoli. Questo mentre il macello continua e il territorio, quella che era la Libia con Gheddafi, ormai non esiste più come entità statuale ed è terra di scorrerie per banditi, jiadisti e scafisti. Intanto crescono i timori di Algeria, Ciad e Niger, Paesi confinanti, sul rischio di contagio di fronte all’avanzata continua del fronte jihadista. Il confine nord con Italia e Ue, sguarnito.
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
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