Attacco frontale di Renzi alle donne e alla legge 194: il cimitero dei feti abortiti porta la sua firma. E questo sarebbe il nuovo che avanza da sinistra? Via al dibattito.
di Maurizio Cecconi, 30 ottobre 2013*
Da laici e da laiche non possiamo criticare né osteggiare chi decide di dare sepoltura a un feto volontariamente o accidentalmente abortito; è una libera scelta, che rientra nella molteplicità di sepolture, effettive o simboliche, che i nostri cimiteri già conoscono. Verso queste scelte, noi portiamo rispetto, così come lo esigiamo per le nostre.
Da laici e da laiche, siamo in grado di comprendere la furbizia politica di chi – come il Movimento per la vita, Matteo Renzi o altri “diversamente clericali” – vorrebbe usare i cimiteri per i bambini mai nati per attaccare la legge 194, dare dignità giuridica al feto, comprimere i diritti delle donne e negare loro il potere riproduttivo.
Da laici e da laiche intelligenti, non abbocchiamo all’amo e non apriamo una discussione sui “cimiteri per feti sì o no” – come invece, abbastanza scioccamente, qualche gruppo femminile ben intenzionato s’è accinto a fare.
Da laici e da laiche intelligenti e determinati a cambiare l’Italia, difendiamo la legge 194 e chiediamo la cancellazione dell’obiezione di coscienza. Tutto qua (e non è poco).
Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli.
Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno.
Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione.
Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario. Nell’ottobre del 2023, ho compiuto 60 anni di professione.
Visualizza più articoli